Ma quanto è diventata rassicurante la Street Art

Prima solo di lotta, ora anche di governo. Banksy e soci sono sempre più amati. E finiscono sui Lego

DUE amanti si baciano mentre guardano il cellulare.
Una bambina insegue un palloncino rosso. I protagonisti di Pulp Fiction impugnano banane invece che pistole. Una cameriera solleva il muro e nasconde lo sporco. Il mondo di Banksy rivive nel salotto di una casa canadese, ricostruito con i Lego dal fotografo Jeff Friesen e da sua figlia. Nato come passatempo famigliare, il progetto Bricksy è diventato virale. È un omaggio pieno di ironia all’artista di Bristol, ma è anche un segno dei tempi: la Street Art sta diventando un gioco, un fenomeno di massa, un’operazione commerciale. Rischia di essere gentrificata come le periferie in cui è nata.

«La Street Art è diventata, come il rock, un settore commercialee ha perso il suo carattere sovversivo», ha detto Christian Guémy, in arte C215. Dopo avere riempito i muri di Parigi con il volto di sua figlia, dei senzatetto, degli immigrati e di persone comuni, l’artista francese si è preso una pausa dalla strada. In Douce France ha ritratto l’ex ministro Charles Pasqua su una bottiglia di Ricard, il cantautore Renaud su un impermeabile giallo, Dominique Strauss-Kahn su un distributore di preservativi, Pierre Richard sulla suola di una scarpa, Michel Houellebecq su un atlante stradale… «La Street Art doveva essere una denuncia del consumismo e ha finito con il diventare parte del sistema consumistico borghese.È l’impostura del cool». Lui non si dichiara innocente. «Mentre i writer non si sono posti il problema della commercializzazione, gli street artist hanno calcolato tutto in funzione di questa, dei musei e degli onori più diversi.

Mi spiace incarnare un esempio perfetto di questa dinamica», ha scritto in una lettera ormai famosa pubblicata sul sito Rue89 .

Non è il solo. Sempre più artisti si sentono a disagio sotto il cappello della Street Art. C’è chi cancella le sue opere appena fiuta il pericolo di uno sfruttamento commerciale e chi fa del proprio nome un brand del lusso.

Molti vivono in una terra di mezzo, coccolati dai galleristi e dai musei, ma affezionati alle incursioni illegali. Tra gli irriducibili Blu, artista italiano inserito dal Guardian nella lista dei dieci migliori writer di sempre, insieme a Banksy e a Keith Haring. L’artista che denuncia con i suoi enormi murales il capitalismo, la guerra, la distruzione dell’ambiente non è mai sceso a compromessi. Quando il Moca di Los Angeles lo ha chiamato a dipingere una parete con un’opera contro la guerra non si è posto il problema di soddisfare la committenza. Ha disegnato bare di soldati con al posto della bandiera americana un dollaro. Il giorno dopo quel murales è stato imbiancato perché “inappropriato”. A dicembre si è autofinanziato per cancellare due delle sue più celebri opere: Brothers e Chaina Berlino. Rischiavano di essere travolte da un progetto di riqualificazione urbana e commerciale: «Dopo aver vissuto i cambiamenti avvenuti in quest’area negli ultimi anni – ha scritto nel suo blog – abbiamo deciso che era arrivato il momento di cancellarli entrambi».

Dall’altra parte del muro Ben Eine, artista londinese diventato una star quando David Cameron ha donato uno dei suoi dipinti a Barack Obama. Dopo avere passato vent’anni a dipingere i muri di Londra e avere collezionato tra i quindici e i venti arresti, Eine ha dato una svolta commerciale alla sua arte. E oggi collabora con Louis Vuitton. In una intervista all’ Independent che gli chiedeva come fosse possibile fare coesistere un’arte nata come illegale con l’alta moda, Eine ha risposto stupito: «Io vendo prodotti di lusso, i miei dipinti costano tra i diecimila e i ventimila dollari». Spiega che la strada, all’inizio, è stata la sua unica possibilità. «Quando ho cominciato pensavo che stava per cambiare il mondo. Ma quando, 20 anni più tardi, il mondo non era ancora cambiato, mi sono stufato di regole autoimposte».

«La Street Art è dunque finita?», si è chiesto il collettivo romano Laszlo Biro organizzando una lunga tavola rotonda sulle conseguenze di tanta attenzione mediatica e commerciale.

Tra gli invitati Hogre, che oggi ricorda i suoi esordi nelle periferie di Roma, sulla scia di writer come JBrock, Zibe e Pible. Spiega che la Street Art non è un movimento artistico: «Blu e Ben Ein hanno in comune poco e niente, come non hanno niente in comune un attivista che lascia il suo messaggio politico su un muro e una multinazionale che si appropria di quel muro con e per denaro. C’è confusione perché nessuno ha mai definito la sua opera punto per punto, come in un manifesto delle prime avanguardie. Non è mancanza di coraggio, la cultura originale dei graffitie dell’hip hopè quella del fare e non spiegare». Così, però, i muri si sono riempiti di opere firmate da creativi che hanno come unico obiettivo la vendita di un prodotto, fosse anche il proprio nome. «Escludendo l’attivismo politico di Blu e Banksy è già da tempo che la Street Art non contesta più la logica delle pubblicità in strada, ma anzi si aggiunge a questo frastuono. Nel peggiore dei casi, può diventare anche uno strumento della speculazione edilizia, quindi direi che è giunto il momento di cambiare rotta. Non abbandonerei le strade però. La mia idea è piuttosto un cambio di medium: dipingere un muro non è più un’offesa per la proprietà privata, il mio bersaglio diventeranno i cartelloni pubblicitari».

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Agopuntura urbana

L’agopuntura urbana è una pratica artistica e urbanistica d’ispirazione biopolitica, che utilizza la metafora dell’agopuntura[1], tradizionale pratica della medicina cinese, per designare il carattere locale dei propri interventi. L’agopuntura urbana, o “biourbana”[1], visto che si rivolge al sistema complesso della città come fosse un organismo, si contrappone alle modalità industriali e “dall’alto” dell’urbanistica tradizionale, ispirata da LeCorbusier. Questa strategia individua con l’osservazione a terra i luoghi dove scorre la reale vita della città, spesso distinta da quella profilata dai pianificatori o dalle leggi di mercato. Le linee guida per gli operatori vengono fornite ad es. dal modo di vivere realmente lo spazio da parte dei bambini che giocano; da eventi come un mercato clandestino; dalla presenza di resilienze naturali. Tali luoghi divengono terreno fertile per l’innesto di progetti sostenibili, il cui scopo, come gli aghi utilizzati nella pratica dell’agopuntura, è quello di apportare maggiore autenticità, migliore vivibilità, e senso di benessere all’intero corpo della città.[2]Continua a leggere…

Resistenze urbane creatrici passando per l’Internazionale Situazionista

Fonte: UNDO.net – Millepiani/Urban Anno 2012 Numero 4 2012

In conflitto perfino con il marxismo, i militanti dell’I.S. rifiutano l’idea di lavoro (1) e concentrano la loro riflessione sul modo d’essere degli individui, sulla loro sensibilità, sulle condizioni psicologiche, sulla maniera di rapportarsi gli uni agli altri, in breve sulla vita in società. Per loro, la civiltà moderna, e soprattutto il sistema capitalista, ha portato l’uomo all’alienazione, al declino e al regresso. I situazionisti fanno appello ad una certa ideologia marxista, ovvero alla critica radicale della società borghese; e anziché mirare alla «base» di quella società, rappresentata dai rapporti di produzione economica, preferiscono soffermarsi unicamente sulle conseguenze culturali che ne sono derivate. Infatti, sono fermamente convinti che cambiando le condizioni di vita degli individui e dei gruppi – da qui l’importanza ai loro occhi dell’architettura e dell’urbanistica – sarà possibile cambiare gli individui stessi. Una simile strategia lascia da parte il «dramma» politico, la questione della lotta di classe, dello Stato e del potere politico, per privilegiare l’azione sulla cultura e la «creazione di situazioni» culturalmente rivoluzionarie. Per questo, concentrano i loro sforzi essenzialmente sull’arte quotidiana e di ciascuno, attribuendole un’importanza capitale poiché appare come l’ancora di salvezza dell’umanità. L’arte a cui si fa riferimento non deve essere intesa come un’istituzione museale o accademica, né come un corpo speciale – quello degli artisti – ma nel senso di un’estetica interpretata nell’ottica del greco antico aisthesis o sensazione. I situazionisti ritengono che sono i nostri sensi a fare di noi ciò che siamo e che sono le sensazioni suscitate in noi, a nostra insaputa, a condizionarci in un senso o nell’altro. In questo gioco di sensi e di senso, l’architettura ha su di noi un impatto determinante poiché modella il nostro modo d’essere sia interiormente che esteriormente.
«Le città future che progettiamo offriranno un’inedita variabilità di sensazioni… e attraverso un uso inventivo delle condizioni materiali saranno possibili delle mosse impreviste».(2)
Questi i due modi attraverso cui i situazionisti intendono realizzare il loro sogno: «la realizzazione di noi stessi».(3)Continua a leggere…