Comunità che fanno intelligenti le città

Le città più intelligenti si basano sull’astuzia dei cittadini e su tecnologie poco sofisticate. Occorre ignorare le visioni futuristiche di governi e dei responsabili dello sviluppo delle cosidette “smart cities” , sono le umili comunità urbane che indicano la strada da percorrere, mostrando come le tecnologie per il lavoro di rete possono rinforzare il tessuto sociale di una città

di Adam Geenfield

Noi siamo abbastanza fortunati di vivere in un tempo in cui una furiosa ondata di innovazioni sta investendo le città del Sud globale, spinta sia dal ritmo molto intenso dell’urbanizzazione che dall’aumento della domanda popolare di accedere ad infrastrutture di qualità elevata che accompagna questi processi. Dal bilancio partecipato di Porto Alegre e dalle linee di teleferiche di Caracas che stanno letteralmente modificando la stratificazione urbana, fino al “matatus digitale” di Nairobi e alla riorganizzazione della rete di autobus e traghetti di Manila, le comunità del Sud sono responsabili di una sempre più lunga parata di innovazioni sociali e tecniche che entra in competizione con tutto ciò che il Nord sviluppato ha finora offerto in materia di utilità geniale e pratica.

Nemmeno l’India costituisce una eccezione in questa tendenza. Le mappe trasparenti per la partecipazione di Chennai e il lavoro svolto a Mumbai per le procedure CRIT e URBZ sono quelle più conosciute a livello internazionale, ma sono le tattiche per la sopravvivenza quotidiana elaborate da una moltitudine che sfugge ad ogni analisi che in effetti ispirano gli urbanisti. Queste tecniche massimizzano le capacità transattive del tessuto urbane, lottano per conquistare anche i più piccoli incrementi di valore dell’energia investita nella produzione di beni manufatti, e rendono possibili a milioni di persone di sostenere faticosamente una possibilità di vita, per quanto precaria, pur in situazioni assolutamente non favorevoli. In un periodo di economia che peggiora vertiginosamente e di situazione ambientale sempre più grave a scala globale, vi sono delle intuizioni che molti di noi che viviamo nel Nord sviluppato vorrebbero essere capaci di imitare, e non necessariamente solo i più poveri tra di noi.Continua a leggere…

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#smartcity e #smartborgo per riabitare la Terra

di Massimo De Maio

Il 72% dei comuni italiani ha meno di 5.000 abitanti. I piccoli comuni accolgono circa 10 milioni di persone e occupano il 55% del territorio nazionale. Si tratta di comuni caratterizzati in larga parte da fenomeni di “disagio insediativo”: mancano sanità, scuole, ferrovie, connettività, le economie locali sono asfittiche, l’età media elevata, il grado di istruzione basso. Insomma, ci sono sono tutte le condizioni per un ulteriore progressivo spopolamento.

Allo stesso tempo, assistiamo ad altre forme di disagio in centri urbani sempre più congestionati ed invivibili. A Milano si registrano livelli di inquinamento dell’aria tra i più alti in Europa, a Roma, nelle ore di punta ci si muove con una velocità media di 7 chilometri orari – a piedi si fanno 5 chilometri in un’ora – e a Napoli, a fronte di una irrisolta questione rifiuti, si paga una tassa sulla spazzatura doppia rispetto ad altri Comuni del Sud Italia. Le emergenze sono ricorrenti e riguardano tutti i grandi centri urbani, da Milano a Palermo: una volta i rifiuti, una volta il trasporto pubblico, una volta lo smog, una volta la “sicurezza”.

“A meno di rari casi di inversione di tendenza, a partire dal dopoguerra, il trasferimento di massa dal borgo alla città ha fatto in modo che oggi non si viva bene né da una parte né dall’altra”.

Lo squilibrio attuale e crescente tra rurale e urbano si misura con dati inquietanti. Nel 1950 il 70% della popolazione mondiale viveva in aree rurali e il 30% in aree urbane, già oggi più della metà della popolazione risiede in aree urbane e per il 2050 è previsto un capovolgimento della situazione: il 30% abiterà in aree rurali e il 70% in aree urbane. Alcune città potrebbero raggiungere i 30 milioni di abitanti.Continua a leggere…

Il Consiglio cittadino per gli Orti e la terra: per far rifiorire la città

di Fabio Cremascoli

Lo scorso 8 febbraio 2014 a Milano si è tenuto il primo “consiglio cittadino per gli orti urbani”, una iniziativa pilota promossa dal circolo di Milano del Movimento per la decrescita felice ispirata all’attività di Farming The City, progetto olandese che propone l’istituzione di “food policy councils”, arene di dibattito pubblico – attualmente attive in America e nel Nord Europa –  in cui si prendono delle decisioni in materia di politiche del cibo sul modello della democrazia deliberativa.

Rispetto all’ipotesi di sperimentare un “consiglio del cibo” per discutere di cibo di nelle sue varie declinazioni – oggetto che abbiamo ritenuto complesso per essere organizzato con il tempo a disposizione e su cui però si potrebbe lavorare bene in futuro anche con le pubbliche ammnistrazioni-, ci siamo concentrati su ciò che più simbolicamente può rappresentare un rapporto virtuoso diretto tra le persone e la terra e che può garantire concretamente parte dell’autosufficienza alimentare di una comunità locale in un’ottica di decrescita/transizione urbana: la cura di un orto.Continua a leggere…

Copenhagen premiata come la città più verde

Dopo Stoccolma, Amburgo, Vitoria-Gasteiz e Nantes, il premio European green capital va alla città danese. Gli spostamenti in bici sono il 35% del totale, con l’obiettivo di arrivare al 50% entro il 2015. Sul podio Bristol e Francoforte

di Gabriele Bindi

Gli europei li ha vinti la Danimarca. Copenaghen è la città europea più sostenibile. La capitale danese si è infatti aggiudicata l’edizione 2014 del premio European green capital, che viene assegnato con due anni di anticipo. Dopo Stoccolma, Amburgo, Vitoria-Gasteiz e Nantes, che hanno vinto le edizioni precedenti  la città danese si è imposta soprattutto grazie alla progettazione sulla mobilità sostenibile e l’attività di sensibilizzazione dei cittadini, battendo le altre due finaliste Bristol e Francoforte.  Il capoluogo danese ha avuto il riconoscimento della Commissione europea alla capitale più sostenibile, con il premio del  Commissario UE per l’ambiente, Janez Potočnik. La città danese ha battuto in finale Bristol e Francoforte, soprattutto grazie alle iniziative nel campo della mobilità sostenibile. Il premio viene assegnato due anni prima con l’obiettivo di identificare dei modelli di gestione e pianificazione replicabili anche in altri contesti.Continua a leggere…

Transizione di medie e grandi città. Ipotesi di piano di cambiamento.

«Prospettive: entro il 2050 l’economia dell’UE sarà cresciuta in maniera da rispettare i vincoli imposti dalle risorse e i limiti del pianeta, contribuendo in questo modo ad una trasformazione economica globale. L’economia sarà competitiva, inclusiva e offrirà un elevato standard di vita, con impatti ambientali notevolmente ridotti. Tutte le risorse – materie prime, energia, acqua, aria, terra e suolo – saranno gestite in modo sostenibile. Saranno stati conseguiti importanti traguardi nella lotta contro i cambiamenti climatici, mentre la biodiversità e i relativi servizi ecosistemici saranno stati tutelati, valorizzati e in larga misura ripristinati».
[COM (2011) 571 final, p.3]

“Bici senza catene a “Kongens Nytorv”, Copenhagen, DK, 2012

di Fabio Cremascoli

Qui di seguito vorrei fornire un contributo operativo al dibattito sulla rigenerazione delle medie/grandi città attraverso la proposta di un processo per l’elaborazione partecipata di  politiche e progetti per il miglioramento della qualità della vita, che si traducono in una ipotesi di piano di transizione e di decrescita urbana (1).

Cos’è un piano di transizione e decrescita urbana
Un piano di transizione e decrescita urbana è un strumento che prevede una serie di azioni per diminuire/ottimizzare l’uso di energia e risorse naturali, realizzabile attraverso la partecipazione degli abitanti. E’ dunque un “piano di cambiamento” a tutto tondo, che tiene in considerazione scenari di livello globale e di livello locale: da una parte gli effetti del cambiamento del clima, il problema del picco del petrolio e dei minerali e la crisi economico-finanziaria che nel lungo termine, in assenza di fonti e soluzioni energetiche alternative ai combustibili fossili capaci di offrire un elevato tasso di energia restituita rispetto a quella investita, possono costituire un serio problema per la stabilità dell’intero ecosistema terrestre; dall’altra i problemi propri delle città di oggi, generalizzabili nella congestione veicolare, nell’inquinamento, nella mancanza di una pianificazione che tenga conto di giovani, bambini e categorie socialmente deboli, nelle architetture e nei progetti di riqualificazione urbanistica autoreferenziali e spesso privi di capacità di futuro.Continua a leggere…

I suoli in città

Il problema del consumo di suolo è di nuovo all’attenzione dell’Europa.. Qui di seguito una guida interessante sulla gestione dei suoli urbani. Contiene diversi link utili a recenti documenti sulle politiche UE.. segnalo tra queste la “Roadmap to a Resource Efficient Europe” [COM (2011) 571], dov’è contenuto l’obiettivo di azzerare il consumo di suolo netto in Europa entro il 2050.

Arcosanti, la città-esperimento che coniuga architettura ed ecologia

Riprendiamo un articolo-intervista pubblicato qualche tempo fa sul sito dell’agenzia AdnKronos sulla città-laboratorio di Arcosanti. La curiosità rispetto a questo progetto è scaturita quasi per caso, riguardando la classifica stilata nel 2009 da Planetizen sui migliori 100 urban thinkers di tutti i tempi, in cui compaiono solo due italiani, uno dei quali è Paolo Soleri, l’ideatore di Arcosanti… una città utopica per riflettere su una reale “riformulazione urbana”.

“Fare di piu’ con meno”: meno risorse energetiche, meno inquinamento, meno spreco di spazio e di materiali. E’ questo l’imperativo base di Arcosanti: la ‘citta’ esperimento’, fondata nel 1970 nel deserto dell’Arizona, lungo l’autostrada che collega Phoenix al Grand Canyon, dall’architetto italiano Paolo Soleri.In particolare ”Arcosanti e’ un laboratorio urbano che sta realizzando un prototipo di ‘arcologia”’, la disciplina elaborata da Soleri a partire dagli anni ’50. Ossia ”un modello di citta’ che coniuga architettura e ecologia attraverso un processo ciclico di miniaturizzazione, complessita’, durata” spiega all’ADNKRONOS Marco Felici, ingegnere che si occupa di sviluppo urbano sostenibile e progettazione integrale che e’ stato allievo di Soleri.Continua a leggere…