Decrescita felice e cura della polis


polisdi Pietro Carmody (Mdf Padova)

In quanto attivisti/simpatizzanti/soci del Movimento per la Decrescita Felice siamo convinti che sia necessario riportare al centro del nostro sistema sociale, del dibattito pubblico e dell’agire politico la felicità, il benessere, la qualità della vita(in questo articolo li utilizzerò in maniera un po’ semplicistica come sinonimi). Siamo anche tutti d’accordo nel dire che il nostro paese (se non l’intero occidente, ma mi sembra meglio soffermarsi sulla situazione italiana) stia marciando in direzione esattamente contraria. Penso sia indispensabile cercare di capire come fare e quali strade percorrere per raggiungere i nostri obiettivi ed ottenere risultati significativi.

Per fare questo è altresì importante chiedersi quale sia il campo d’azione dei nostri valori all’interno della nostra società, e come, e soprattutto se, questi potrebbero essere accolti.

Pongo come presupposto il fatto che per riuscire a centrare i nostri fini sia indispensabile agire attivamente all’interno della  cittadinanza, e in definitiva, agire politicamente. Intendo politicamente non nel senso corrente del termine, ma in quel senso più ampio e più genuino, a mio avviso, cioè in un corpo sociale che si pone domande e degli obiettivi per le proprie azioni, che riguardino la vita comune, e soprattutto assumersi un alto grado di responsabilità nella propria vita quotidiana(dal dove e come fare la spesa, al come spostarsi, al confrontarsi  con le istituzioni)1.

Tutto ciò non appartiene al concetto di politica comune che utilizziamo tutti i giorni2.

È importante tenere presente che se prima non cerchiamo di capire quale siano i problemi e gli obiettivi che stanno alla base del concetto comune di politica, sarà molto difficile ottenere risultati concreti, perché ci scontreremo contro un modo di vedere le cose che non lascia spazio al concetto di politica attiva, che penso sia l’unico che può permetterci di raggiungere qualche risultato.

In questo articolo cercherò di spiegare il perché.

Per evitare fraintendimenti ritengo opportuno mettere in chiaro che la mia visione prescinde da qualsiasi giudizio qualitativo circa il confronto antichità-modernità. Non auspico un ritorno alla pòlis (per altro impossibile), né giudico negativi i concetti moderni di uguaglianza e libertà.

Utilizzo il confronto per mettere in luce quando e perché si è creata la frattura tra pubblico-privato e la spoliticizzazione della società civile. Che ruolo danno alla felicità il nostro sistema sociale e la nostra politica? Ha senso chiedere alla politica di accogliere il nostro messaggio o agire politicamente (inteso nel senso comune) per renderlo operativo? Secondo me no.

Perché il percorso costituzionale3 del nostro paese affonda le radici, ovviamente, in un orizzonte politico-sociale moderno. Con modernità mi riferisco alla metà del XVIII secolo, anche se è dal XVII che si possono notare i primi mutamente rispetto al passato. Infatti è proprio in questi due secoli che pensatori come J. Bodin, e in maniera dirompente T. Hobbes e poi Rousseau, costruiscono i modelli, progettano le basi, e formano i concetti che saranno le fondamenta dell’intero occidente politico moderno,distaccandosi dalla precedente cultura e dal suo mondo, che diventa appunto antico.

Ma è con Hobbes che si segna una frattura irreparabile tra antichi e moderni, ed è proprio lui a ripensare e innovare la scienza politica. È lui che mette in gioco i concetti di sovranità, legittimità del potere, rappresentanza, stato assoluto. È con lui che la politica rimuove dal suo campo d’azione il problema della felicità della comunità e della bontà/qualità del comando del politico legislatore. Cose che invece erano la base della concezione politica antica, che si rifaceva alla tradizione classica(Platone/Aristotele).

Platone, per esempio,  vedeva la società, o meglio la pòlis, come ontologicamente composta da parti differenti, così come gli uomini tra loro erano qualitativamente differenti per natura: chi più abile in una cosa, chi in un’altra. Risultava quindi naturale che i più abili nell’arte politica governassero sugli altri.

Compito del governante/politico era quello di armonizzare le parti della pòlis, neutralizzarne le differenze e gli aspetti conflittuali, assegnare a ciascuna parte il proprio specifico ruolo e così facendo portarla alla massima realizzazione, cioè alla felicità, strettamente connessa all’idea di giustizia: dare a ciascuno il suo.
Solo quando ogni parte opera per il suo meglio e raggiunge il suo fine, si produce armonia.

Chi governava doveva farlo per il bene della pòlis, riferendosi costantemente al bene e al giusto, che erano considerati parametri universali a cui ogni governo doveva accostarsi. Parametri che facevano parte di un ordine delle cose oggettivo ed indipendente all’ordine creato dalla politica.

Etica e politica non potevano darsi se non insieme.

A loro volta i governati, facendo il meglio per la loro parte(cioè svolgendo al meglio il loro compito) facevano il meglio per la comunità. Mantenevano quindi un ruolo politicamente attivo, cioè concorrevano al bene comune.

Detto in altro modo, la felicità di ognuno era vista necessariamente collegata alla felicità di tutti i cittadini liberi. La felicità era una questione pubblica. Il bene e la giustizia, a cui si collega la realizzazione della felicità di ognuno, erano posti dalla comunità come problemi comuni, di cui ogni azione politica e sociale doveva tenere conto.

Con Hobbes e la modernità tutto ciò non ha più senso4; questo non vuol dire che i greci fossero migliori dei moderni, ma semplicemente che i problemi della politica e il contesto in cui essa agisce sono cambiati.

La scienza politica si preoccupa di trovare un potere assoluto legittimo e razionalmente fondato, che si occupi di garantire sicurezza, ordine e stabilità alla società.

Con uguaglianza e libertà, due autentiche bombe moderne all’interno del panorama occidentale, non si parla più di comunità/pòlis, né di differenze ontologiche tra gli uomini, ma di individuo.

Individuo uguale ai suoi simili, dotato di propri diritti e di libertà personale intesa come diritto di agire senza impedimenti esterni.

L’uguaglianza di tutti rende ora impensabile il governo dell’uomo sull’uomo, da qui la necessità di fondare un potere basato su un rapporto formale di comando-obbedienza, detenuto da un corpo collettivo, cioè da tutti, che si ponga a garanzia dei diritti dell’individuo.

Per fare questo è necessario che tutti si privino del proprio potere e lo trasferiscano ad un uomo scelto che agisca rappresentando il corpo collettivo che l’ha creato, solo così può darsi un potere irresistibile in grado di far rispettare i suoi ordini.

Così, obbedendo ai comandi di questo sovrano-rappresentante, si obbedisce al corpo collettivo, il comando quindi viene da tutti, dal basso. Ecco che si crea un potere legittimo e razionale. La questione della legittimità soppianta quella della giustizia, poiché giusto è ciò che dice il sovrano-rappresentante. Ma, questo è il fatto principale, la società civile viene a configurarsi come spoliticizzata, o meglio a-politica.

Privandosi del suo potere ha affidato l’azione politica esclusivamente al sovrano. È politico ciò che riguarda il mantenimento dell’ordine e della sicurezza, che sono il campo d’azione del sovrano, su cui il corpo collettivo non può nulla. Si crea una frattura tra pubblico e privato.

L’individuo a-politico non si occupa del bene comune, ma del bene privato, cioè suo proprio. È privato di azione politica, si occupa solo di ciò che riguarda se stesso e il suo bene personale. Ecco che la felicità diventa una questione privata.

I sovrani, e poi gli stati, non sono tenuti a occuparsi della felicità dei sudditi, e poi dei cittadini, perché non è una questione di loro competenza. E anche perché un loro intervento in questo senso potrebbe essere visto come un ostacolo esterno alla legittima pretesa di libertà dell’individuo.

Da quando il buon vecchio Hobbes scriveva tutto ciò ne è passata tanta di acqua sotto i ponti. Ma è con lui che nasce la spaccatura tutta moderna, e a noi contemporanea, tra politica e società civile, tra pubblico e privato. Ed è, secondo me, una questione centrale per quanto riguarda la felicità.

Dal secondo dopo guerra ad oggi abbiamo assistito all’imporsi di una democrazia partitica. Ad essa sono legati molti meriti : culturalizzazione delle masse, promozione di identità e valori antitotalitari, promozione della resistenza e dei suoi valori. È stata anche promotrice di una politicizzazione della società civile.

Anni sessanta e settanta sono stati un periodo di intensissima partecipazione e azione politica da parte della cittadinanza, tanto intensa da diventare militanza e infine, nei casi più estremi, azione terroristica.

Una partecipazione che partiva da premesse non comunitarie, ma partitiche, e per questo fallimentari a lungo termine. Tanto che il fallimento di queste idee ha spianato la strada ad una spoliticizzazione radicale della società civile.

Soprattutto gli esiti catastrofici di quelli che diventeranno poi gli anni di piombo hanno giocato un ruolo chiave nella cultura italiana. Portando paradossalmente i cittadini, o buona parte di essi, dallo scendere in piazza, dalla partecipazione attiva, alla totale deresponsabilizzazione, alla ricerca di un edonismo consumista e semplice, alla ricerca, in definitiva, di una fuga dalla complessità e dal caos della realtà quotidiana5.

La violenza  e il triste epilogo di quegli anni ha esacerbato gli animi degli italiani, che hanno visto nella “ready-made reality” proposta dalle televisioni private, dallo yuppismo, dai vari Jerry Calà, un’ottima occasione per rimuovere il trauma vissuto, dissociarsi da una realtà percepita come angosciante e tremendamente difficile, e rifugiarsi in un mondo autoreferenziale e “semplice”, tutto ripiegato su se stesso. Privo di qualsiasi riferimento alla situazione storico-sociale che si stava attraversando, privo di un ricerca di dialogo comune, privo della ricerca di una risoluzione politica-comune dei problemi, in favore di una chiusura nel proprio io, nel proprio mondo, cancellando la dimensione del noi6.

Si rinuncia a capire la realtà e si fugge da essa. Il format culturale proposto dalla televisione di questi anni è un’ottima cartina di tornasole per leggere questo processo7. Ma alla base di tutto questo c’è un fatto rilevante da sottolineare. La militanza e l’attivismo del dopoguerra erano moderni. Mi spiego: chiedevano sì una politicizzazione della società civile, ma questa richiesta era in definitiva filtrata da un’appartenenza politica ben delineata. Non era cioè una comunità che si interroga sul percorso da intraprendere, ma era una parte che voleva imporre o far vincere il suo percorso.

La militanza era legata ad una appartenenza politica, partitica o extra-parlamentare, ma che in entrambi i casi era figlia di una ideologia ben delineata e ben poco disposta al dialogo8.

E questa situazione è figlia di una concezione politica che ha rinunciato a interrogarsi sul bene comune e sul benessere pubblico, che vede nella politica il luogo del potere e che, una volta raggiuntolo, si preoccupa di garantire ordine e stabilità, indispensabili per il mantenimento del potere stesso.

È una partecipazione politica che si percepisce come parte avversa o in contrasto con un tutto, quando non detiene il potere, e viceversa quando lo possiede si percepisce come un tutto.

Ed è esattamente questa la logica di base della forma partito, tutta incentrata sui propri problemi e su un’ambizione di governo dettata da dinamiche interne per nulla attente al bene dei governati.

Così Simone Weil:

Quando in un paese esistono i partiti, ne risulta prima o poi uno stato delle cose tale che diventa impossibile intervenire efficacemente negli affari pubblici senza entrare a far parte di un partito e stare al gioco. Chiunque si interessi alla cosa pubblica desidera interessarsene efficacemente. Così, chiunque abbia un’inclinazione a interessarsi al bene pubblico o rinuncia a pensarci e si rivolge ad altro, o passa dal laminatoio dei partiti. Anche in questo caso sarà preso da preoccupazioni che escludono quella per il bene pubblico.”

L’attivismo degli anni settanta non corrisponde all’attivismo di cui il nostro movimento si vuole fare portatore. Esprime una logica che dev’essere problematizzata a fondo, e rifiutata esplicitamente. Tanto più che sembra essere sempre più in crisi.

Il movimentismo e l’associativismo sono strade che ultimamente sono sempre più percorse, e altro non sono che richieste implicite di ripensamento della forma politica, richieste di partecipazione attiva.

E in questo senso, anche noi in quanto movimento, siamo su questa linea.

Ecco allora, per concludere, che se noi si vuole riportare al centro del discorso pubblico e della politica la questione della felicità e del bene comune, oltre a confrontarci con la cittadinanza relativamente alle nostre idee di decrescita, dobbiamo porci in prima linea in favore di un radicale ripensamento e di una riproblematizzazione della politica (che è cosa ben differente dalla attuale critica alla partitocrazia).

Dobbiamo cioè uscire da un orizzonte di pensiero che basa la politica sull’individuo e sui suoi diritti, ingabbiandolo nella a-politicità e nella moltitudine, privandolo di ogni possibilità di azione efficace, limitandolo a contemplare le proprie convinzioni e, così facendo, isolandolo e lasciandogli come unico valore la sua opinione.

È necessario pensare il singolo all’interno di molteplici aggregazioni, bisogna richiedere di riconoscere come soggetto politico ogni realtà associativa e ogni aggregazione che nella società è presente. Insistere affinché sia riconosciuta responsabilità al governato oltre che al governante, in modo tale che il governato diventi non più unicamente portatore dei propri interessi, ma sia investito da una responsabilità politica circa i problemi comuni9.

Questo non vuol dire farci portatori di un fantomatico quanto infausto ritorno ad un mondo arcaico, ma anzi cercare di trovare soluzioni, o comunque favorire una riflessione, per cercare le strade che potrebbero

far uscire la politica dalle secche in cui attualmente si trova. Cercare un avanzamento attraverso un ripensamento del concetto di comunità, verso la pratica del dialogo/confronto e della responsabilità.

Solo così sarà possibile avviare un reale percorso per la formazione di una comunità, sulla scia delle considerazioni olivettiane10, una comunità pronta a interrogarsi sulla qualità oltre che sulla quantità, sul benessere oltre che sul possesso, sul bene comune oltre che sul mercato, sulla felicità oltre che sulla sicurezza.

Note:

1. Questo è ciò che intendo quando parlo di “politica attiva”.

2. intendo con concetto di politica comune lo spazio istituzionale e/o l’azione legislativa intrapresa da rappresentanti del popolo democraticamente eletti(ok, tanto comune non è perché già con “democraticamente eletti” siamo al di fuori della situazione italiana ma vabbè dai, ci siamo capiti).

3. inteso come processo tramite cui si è costituita la società e processo tramite cui viene pensata l’obbligazione politica, quindi al di là della carta costituzionale.

4.la digressione sulla politica nell’antichità e la spiegazione della rottura hobbesiana sono trattate solo ed esclusivamente per gli aspetti che l’articolo vuole mettere in questione(felicità e politicità della società civile). Pertanto non si analizzano altri punti, che pure sono fondamentali nelle teorie dei pensatori trattati, perché esulano dal campo d’indagine.

L’argomentazione risulta quindi priva di molti passaggi che però richiederebbero un’indagine più ampia rispetto a quella qui svolta.

5. Christian Caliandro, Italia Revolution – rinascere con la cultura, Bompiani editore, Milano 2013.

6. Giovanni Gozzini, La mutazione individualista – gli italiani e la televisione 1954-2011, Laterza editore, Roma-Bari 2011.

7. i film di Carlo Vanzina, Drive In, Dallas, le canzoni di Sabrina Salerno e dei Righeira ecc.

8. L’unica eccezione è il movimento di protesta giovanile del ’68, che si strutturava su identità e valori comuni, che finì però, inevitabilmente, con il porsi in contrasto con il mondo adulto. Giovani contro vecchi, anche qui parte contro parte.

9. Giuseppe Duso, Dalla storia concettuale alla filosofia politica, Filosofia Politica, 1/2007.

10. Adriano Olivetti, Il mondo che nasce, Edizioni di Comunità, Roma/Ivrea 2013

Fonte: www.decrescitafelice.it

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