Etiche del Paesaggio


di Massimo Venturi Ferriolo*

paysageUn percorso peculiare supera il solo punto di vista dell’estetica in favore della filosofia pratica, aristotelica, del mondo possibile, umano, differente da quello necessario della natura: l’etica del paesaggio. Indaga una realtà presente, concreta, complessa, non circoscrivibile con un concetto preciso. Non è, infatti, possibile offrire la definizione ontologica di un ambito vitale in continuo movimento. Il rischio è l’astrazione di un’entità afferrabile con lo sguardo e immediatamente indirizzata verso la trascendenza. Un’ambiguità di fondo è costante e incide sui piani del visibile e del visivo, tra realtà e immagine senza confini. Platone e la sua ombra lunga sono sempre presenti: la nostra tradizione gli è indissolubilmente legata, più che al Monoteismo ebraico-cristiano.

La contemplazione ci offre due piani della percezione tra idea e realtà, entrambi legati allo spirito e all’agire degli individui. Un gioco antico esprime la potenza divina della vista per superare la visione di ciò che è oggettivamente osservabile. L’idea della natura accompagna così da sempre noi moderni in una prospettiva più morale che estetica. Per questo parleremo di paesaggi – non del paesaggio – e del loro rapporto con il sacro, per svelare il gioco di un’originaria immanenza dimenticata, legata al mito e alla sua legittimazione etico-normativa.

L’etica riflette sui rapporti fra uomo e ambiente. Indaga l’azione dell’uomo. Svela la sua visione della vita e il mondo possibile. Studia la realtà contingente. Si rivela lo strumento migliore. Accoglie in sé un complesso di norme morali e di costume che identificano un preciso comportamento nella vita di relazione. Si riferisce all’agire dell’individuo in una struttura sociale che lo comprende. Questa è la comunità a cui l’uomo tende per natura, come ci ha insegnato Aristotele, fonte dell’esperienza greca, antropica del costruttore di poleis, di comunità politiche, espressioni paesaggistiche, etiche appunto.

Siamo alla ricerca di un’essenza del paesaggio indipendente dalla mera pittura, dalla rappresentazione, dall’immagine sentimentale: dalla natura sia ideale che reale. Prendere coscienza della cosa in sé, anche nei suoi aspetti ideali, significa comprenderne la complessità.

Non cerchiamo una categoria moderna, che esprima il nostro bisogno di una natura perduta, riflesso di una bellezza iperurania. Tenteremo di svelare una realtà etica ed estetica peculiare tra antico e moderno: il progetto del mondo umano, da intendersi nel senso ampio di desiderio possibile, fonte di creatività e di modifica. L’uomo plasma la materia e crea luoghi che gli appartengono e raccolgono la sua storia e la sua cultura. Costruisce paesaggi quale risultato di un’arte che modifica una realtà, caratterizzata dalla contemporanea esistenza di presente e di passato.

Un’esteticità diffusa, cioè il suo pregio artistico, copre ogni singolo paesaggio e offre una rappresentazione visiva più o meno estesa, dove è leggibile la storia di una comunità. Nei paesaggi – a chi sappia leggerli – si riflette la libera azione creatrice degli uomini: ogni paesaggio è il prodotto dell’arte, di un agire antropico volto a mutare la natura verso l’utile e il bello.

Questa realtà non è solo estetica, ma soprattutto etica, poiché è connessa all’azione, al progetto dell’individuo all’interno dell’ambiente e della comunità che lo comprendono. Ogni tempo, ogni popolo ha il suo paesaggio: per questo parliamo di etiche.

Ogni paesaggio ha in sé uno spirito peculiare ed esprime una determinata visione del mondo: il complesso delle tendenze e delle caratteristiche di un popolo. Quello antico, per esempio, accoglie e cela, al tempo stesso, un cosmo religioso aderente alla realtà concreta, dove il divino si manifesta nelle forme della natura. Così nell’antico mondo mediterraneo l’epifania divina appartiene al suo luogo, caratterizzandolo (da ethikos = caratteristico) nel senso etico della totalità dell’esistenza, l’ethos, appunto.

Empedocle, filosofo mediterraneo espressione del mito, ci offre un quadro etico di straordinaria importanza che c’invita a riflettere e rivedere alcuni luoghi comuni. La sua lettura illumina bene un’entità unitaria sconosciuta ai moderni, che domina il frammento 21 dei Physika, offrendo un bel quadro del rapporto dei greci con il loro paesaggio, comprensivo di tutti gli aspetti della vita, raffigurabili con la pittura e con la poesia.

Empedocle parla degli elementi che costituiscono le cose passate, presenti e future, che si uniscono e si bramano grazie all’amore: gli alberi sono germinati, e gli uomini e le donne, e le fiere e gli uccelli, ed i pesci che vivono nell’acqua, ed anche i numi (theoi) longevi di rango eccelso. Sono soltanto quelli, infatti, gli elementi che esistono, e correndo gli uni attraverso gli altri diventano corpi di ogni genere; questo appunto, che esiste, la mescolanza tramuta.

Segue subito dopo un passo di straordinario valore documentario dello spirito paesaggistico greco; un brano che ci dà la prova della rappresentazione anche pittorica di un ambito complessivo della vita: come quando i pittori illustrano le variopinte pareti, essendo esperti nel mestiere per loro intelligenza: quando con le mani hanno afferrato le svariate tinture, che mischiano in armonia, quali in maggior misura e quali in minore,  con questi colori essi foggiano figure somiglianti a tutto, e costruiscono gli alberi e gli uomini e le donne, e le fiere e gli uccelli, ed i pesci che vivono nell’acqua, ed anche i numi longevi di rango eccelso. Pertanto, non prevalga nell’animo tuo l’inganno, che da altra origine sia la fonte dei corpi mortali, che ora sono manifesti e si producono all’infinito;  ma sappi limpidamente tutto questo, avendo udito il mio racconto intorno alla dea.

La dea è thea, la vista, la luce. Empedocle ci offre il quadro del paesaggio antico nella sua totalità comprensiva dei numi longevi di rango eccelso, gli dèi, theoi, visibili, come il paesaggio di cui sono l’epifania vivente nella mescolanza degli elementi.

La nostra attenzione è rivolta al luogo particolare, denso di mito e di storia, al quale ogni uomo appartiene con i suoi miti (se nei miti si coglie l’espressione della vita quotidiana e festiva), col suo linguaggio, le sue tecniche, le sue istituzioni.

Di qui il valore etico: in questo contesto colmo di avvenimenti che si rinnovano nel tempo e determinano la cultura, l’agire storico degli uomini e i paesaggi vanno di pari passo, variamente intrecciandosi ed esprimendo – di volta in volta – le nuove esigenze, i nuovi ideali, le nuove forme di bellezza. Ma soprattutto i nostri paesaggi affondano le proprie radici – come tutte le opere d’arte, si potrebbe dire – in un mondo segnato profondamente dai miti, tanto che Walter F. Otto collega il mito all’esistenza stessa, creatrice, del genere umano.

Studieremo quindi ogni paesaggio come realtà etica, risultato dell’operosità dell’uomo nella natura, ambito complessivo della vita: nel significato peculiare di progetto del mondo umano, che parte da lontano, da quando l’uomo ha incominciato a trasformare il proprio ambiente naturale per creare i luoghi dell’abitare, modellati con la mano e con lo spirito.

Nostro obiettivo diventa così la conoscenza dei paesaggi in tutta la loro complessità, a partire dal mondo antico. Ciò significa – di fatto – superare, se non addirittura rovesciare, alcuni luoghi comuni consolidati e storicizzati:

1) la teoria secondo la quale il paesaggio, nella sua dimensione estetica, sarebbe un’invenzione della modernità;

2) il collegamento tra la moderna pittura di paesaggio e la nascita dei concetti estetici;

3) la confusione tra natura e paesaggio, frequente nelle concezioni ecologico-ambientaliste;

4) la tesi lessicale della nascita della coscienza del paesaggio, legata all’esistenza di una parola specifica che lo indichi.

Il nostro percorso ha un altro indirizzo, in continuo dialogo con fonti antiche e moderne nonché con le teorie contemporanee, per cogliere il significato concreto e complesso, non ontologico dei singoli paesaggi.

Il paesaggio, in senso assoluto, è un’astrazione che allontana la comprensione delle singole realtà oggettive e soggettive, con le proprie metamorfosi nel tempo, parallele al trasformarsi dei modi di vita, dello spirito, della cultura, e al mutare delle economie delle singole comunità. Queste relazioni sono comprensibili a partire dall’antico mondo mediterraneo, fino alla nostra contemporaneità proiettata sui progetti futuri, tenendo conto della stretta relazione mito e paesaggio e del suo perpetuarsi nella pittura e nell’iconografia.

Questo metodo ci indica le prospettive d’intervento e gli stimoli per un dibattito sul nuovo paesaggio, non separabile, oggi, dall’ambito della città come massima espressione dell’artificio.

Ogni paesaggio è una realtà vivente che muta, una realtà etica, terreno dell’azione, spazio della vita umana associata: è realtà possibile di deliberazione e di trasformazione. La sua essenza appartiene alla filosofia pratica, quindi all’etica. L’azione presuppone la contingenza, dominio del paesaggio.

La Convenzione Europea del Paesaggio rivaluta la sua essenza etico-politica. Ogni luogo appartiene ai suoi cittadini, che non possono subirne le trasformazioni senza parteciparvi. Una dichiarazione etica fondamentale riconosce un ruolo attivo degli abitanti per le decisioni che riguardano i propri paesaggi. Essi hanno l’occasione d’identificarsi con i territori dove vivono e lavorano, d’immedesimarsi con l’ambito complessivo della loro vita nella totalità dei suoi caratteri, con la sua storia, con le sue tradizioni, soprattutto con la sua cultura. La relazione con il luogo forma l’identità personale, il senso dell’appartenenza e la coscienza delle diversità locali, fattori educativi della persona nell’ambito della società.

I paesaggi vanno così considerati nella loro globalità e complessità, nel senso originario dell’ethos: il luogo comprensivo della totalità dell’esistenza, la vita attiva. Il suo rapporto integrante con il mito è espresso bene da Cesare Pavese, che in Feria d’agosto ha voluto sottolineare il carattere reale etico di ogni paesaggio e non quello astratto naturalistico. I contenuti etici ed estetici peculiari ne fanno un luogo di lettura a ritroso del mondo.

Ogni paesaggio appartiene all’uomo, suo unico e vero artefice in quanto luogo della sua relazione con la natura. L’antica lezione della storia è scritta nell’esteticità diffusa di ciascun paesaggio e nell’esteticità raccolta di ogni singolo giardino, risultati irreversibili di trasformazioni, risultati della libertà.

I paesaggi, infatti, sono opera della libertà umana che dà forma, crea, modifica, costruisce, trasforma attraverso l’arte e la tecnica. Quest’attività è etica e ha nelle azioni lo scopo della trasformazione come atto stesso della libertà del soggetto che agisce. Le scelte compiute in ogni singolo contesto guidano le modifiche.

La libertà come arte è stata ben definita da Immanuel Kant nella Metafisica dei costumi, dove è spiegata la differenza fra libertà e natura, tra lo scopo dell’azione umana e l’effetto della natura. Arte è produzione mediante libertà, cioè tramite una volontà posta dalla ragione. Lo conferma la Critica del Giudizio: l’opera d’arte (Kunstwerk), differenziata da un effetto naturale (Naturwirkung), è opera dell’uomo.

Ciascun paesaggio, orizzonte della contemplazione, è prodotto della libertà, risultato dell’arte, effetto del fare e dell’agire degli uomini. Non è una realtà soltanto estetica, ma anche e soprattutto etica. C’è qualcosa di più: come ha sottolineato Martin Schwind, ogni paesaggio è un’opera d’arte, paragonabile a qualunque creazione umana, ma molto più complessa: mentre un pittore dipinge un quadro, un poeta scrive una poesia, un intero popolo crea il proprio paesaggio; costituisce il serbatoio profondo della sua cultura: “reca l’impronta del suo spirito”.

Opera d’arte, dunque, ogni paesaggio è frutto di un’attività creativa simile a quella dei giardini, definita con la propria specificità nel par. 51 della kantiana Critica del Giudizio, rientra nella sfera della deliberazione, della responsabilità, del mondo possibile a seconda delle scelte.

L’uomo fissa con l’arte e la tecnica la sua effimera figura di essere vivente oltre il passaggio del tempo. Incide la sua esigua temporaneità nell’infinita temporalità della natura, che, nella storia dello spirito, è spesso l’espressione del divino: plasma un luogo con determinati caratteri e realizzato in molti modi, attraverso diverse poetiche.

Il gioco fra arte e natura nonché natura e cultura crea paesaggi dalla forma differente, indicatrice, nello stile e nell’architettura, della specifica cultura che l’ha promossa. Questi luoghi sono contenitori culturali, serbatoi storici e spazi di lettura del mondo, interpretabili nella loro realtà come insieme di fatti umani, globalità degli interventi dell’uomo nel corso del tempo, demiurgo di un ambiente peculiare che accoglie il sacro.

Ogni paesaggio, quindi, è produzione antropica in duplice senso: da una parte imprime direttamente ai luoghi il gusto di una cultura; dall’altra esprime un’esteticità velata con l’agricoltura e con ogni forma d’insediamento urbano o rurale. L’esteticità implicita dell’azione qualifica indirettamente in modo positivo o negativo il pregio artistico dell’operosità umana. Differenti sono i risultati di un’attività finalizzata alla creazione di un’opera d’arte e quelli di un agire comunitario.

Multiformi sono gli aspetti e la gamma di significati che ogni luogo può racchiudere nel senso astratto e in quello concreto. In modo parallelo si muove lo studio della sua figura nell’arte come nella filosofia: possiamo quindi parlare di figure di paesaggio come forme di un pensiero senza bordi. Alle spalle ci sono secoli di storia e di ideali.

Aristotele conferma questa tesi. Infatti la cosa può essere detta in molti modi (to on pollachos leghetai): è un invito a non radicalizzare le tesi sul linguaggio che collegano l’esistenza del paesaggio o del suo senso con la presenza della parola, argomenti che uniscono la cosa a un termine preciso, senza analizzarne l’essenza passata e quella attuale.

La storia del pensiero e quella delle idee dimostrano l’esistenza di una mentalità e di un linguaggio specifico degli antichi e di una mentalità e di un linguaggio dei moderni. Per comprendere i greci – così come i popoli antichi (profondo è il pozzo del passato scriveva Thomas Mann) – bisogna conoscere a fondo la loro visione del mondo e tenerla da conto. Le tesi radicali sul linguaggio, oggi molto praticate, portano – come è stato notato anche da Alain Roger, che ha abbandonato queste tesi estreme – alla “ossessione del lessico, come se l’assenza delle parole significasse anche quella delle cose e di ogni emozione”.

I greci non possedevano una parola per nominare in astratto il paesaggio, ma avevano più termini per indicarlo e l’hanno descritto, con le sensazioni, con la rivelazione di un profondo senso immanente della natura nella totalità del cosmo. In effetti natura e paesaggio sono nella totalità del cosmo, pur rivelando insospettati aspetti d’autonomia.

Omero mostra queste sfumature. In lui la sensibilità di fronte al territorio e alla natura raggiunge dei punti alti, che segnalano l’esistenza di un particolare genio del luogo, una presenza divina nella sua epifania, fonte di uno stupore (thambos- thauma) che pervade gli Inni. Anche se il paesaggio è una rappresentazione recente, la sua idea è antica ed è legata al sentimento di meraviglia suscitato dalla contemplazione.

Dobbiamo indagare i paesaggi oltre il moderno. Il problema va forse individuato nella relazione che l’uomo ha con la natura, come ha già dimostrato a suo tempo Friedrich Schiller nel saggio Sulla poesia ingenua e sentimentale. Si potrebbe quindi parlare di paesaggio inserito nella natura o nel cosmo e di paesaggio separato dalla natura.

I paesaggi vanno differenziati dal paesaggismo come genere pitturale. Sono due cose concettualmente differenti. Paesaggio non va inteso, come si potrà ben vedere in queste pagine, nel senso cinese, o collegato alla mentalità orientale, delle montagne e delle acque (sahnshui) o anche nel senso olandese della rappresentazione della wilderness, o ancora nel senso di prima, seconda, terza natura (e via di qua), tutte tesi seducenti ma unilaterali e riduttive. Una corretta indagine epistemologica ci porterebbe a dimostrare esplicitamente il fondamento autonomo della natura, l’essenza specifica di ogni paesaggio e i caratteri della rappresentazione: tre entità che non possono essere confuse tra di loro.

Paesaggio è termine occidentale, viene da paese, viene dall’uomo inquadrato nella natura, in quella terra “rude senz’arte né forma”, trasformatasi grazie alle sue capacità creative, evidenziate da Ovidio nelle Metamorfosi. L’uomo è demiurgo di luoghi e, come Apollo, nell’Inno omerico a lui dedicato, costruisce paesaggi e innalza templi per osservare la sua opera. La natura è l’archetipo ideale che fornisce il modello: dalla sua figura lo spirito crea forme divine.

È utile distinguere i concetti di natura e di paesaggio, nonché afferrare l’essenza di quest’ultimo nei suoi contesti reali e/o immaginari. Soprattutto in quanto realtà presente, dove l’uomo abita e produce; realtà ch’egli modifica. La ricerca s’indirizza quindi verso “un’idea concettualmente determinabile”. Cerchiamo l’oggetto di esperienza e il soggetto di giudizio estetici. La nostra prima domanda non sarà tanto rivolta a cos’è un paesaggio, ma a quali situazioni o realtà presuppone.

La percezione del paesaggio negli antichi e nei moderni segue una poesia differente. Schiller l’ha ben detto: il moderno è soltanto più ricco in materia sentimentale. La vera differenza tra gli antichi e i moderni è il sentimento nella sua ricchezza particolare: l’antico, ingenuo, è natura; il moderno, sentimentale, l’ha perduta ed essa è divenuta ideale.

L’uomo moderno è uscito nella natura, la cerca e la trova come paesaggio, sintomatico di un nuovo rapporto dell’uomo con la natura nella sua totalità. Per i moderni è il risultato di un divorzio: l’uomo da una parte, la natura dall’altra. Il paesaggio diventa ora una parte estranea e una compensazione per ciò che si è perduto.

Il bello nella natura suscita la sensazione di un che di irrimediabilmente passato: di una natura perduta che l’uomo moderno ha sostituito col sentimento e la realtà del paesaggio; lo hanno sottolineato Friedrich Schiller e Joachim Ritter nell’esaltare il rapporto-conflitto natura e libertà da quando Kant ha studiato il problema morale della relazione etica-estetica.

L’arte rivela una tradizione nascosta, ma rivelatrice. Quando Kant, nel par. 46 della Critica del Giudizio, parla del genio, si collega al significato ereditato dal mondo classico. Il genio, infatti, s’identifica con la natura stessa, cioè con “la disposizione innata dell’animo (ingenium) per mezzo della quale la natura dà la regola dell’arte”, e la dà in quanto natura. Non è una definizione soltanto estetica, ma soprattutto etica, connessa all’uso, al costume, al carattere di un popolo. Da qui il carattere di un luogo. Ingenium, infatti, si collega al greco ethos; che aveva in origine il significato di luogo abituale, dimora, sede, stalla, tana. La connessione con i costumi, con il vivere quotidiano, comporta una scelta fra azioni possibili appartenenti alle opposte categorie del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto.

Un luogo non può esistere senza genio. La relazione tra i due termini è stretta, vitale e va pienamente recuperata. Non c’è progetto senza etica, al di fuori delle caratteristiche di ogni luogo nella sua trasformazione con le nuove istanze contemporanee. L’agire riconduce l’uomo alla responsabilità della trasformazione di ogni paesaggio, inteso nel suo senso ampio: mondo umano. I paesaggi, quindi, progetto umano, sono una realtà etica con la sensibilità e lo spirito del proprio tempo: interessa il tessuto urbano, così come quello extraurbano, ambiti di relazioni umane. Essi presuppongono il significato attivo della contemplazione e l’etica della comunità.

In quanto riflessi del mondo i paesaggi sono caratterizzati dalla simultanea contemporaneità di presente e di passato, che, in alcuni giardini di pregevole carattere estetico, accoglie le figure del mito, memoria dell’antico, sopravvivenza degli dèi e del loro seguito nelle multiformi epifanie vegetali, minerali e animali.

I paesaggi si caratterizzano come ambiti complessivi mitici di luoghi, nella loro totalità umana, che genera un sentimento emozionale nei confronti del passato e del presente, un afferramento emozionale, un sentimento di commozione propulsore di creatività. Questa percezione etica tiene conto di una visione globale della vita e dell’ambiente, del rapporto natura-cultura, che lo ha contraddistinto e caratterizzato con i segni dell’abitare. I paesaggi sono ricettacoli, vere e proprie chorai dove si legge il mondo nella sua complessità. In essi la storia è contenuto di una natura – per così dire – che rispecchia la civiltà immedesimandosi nelle sue stesse forme.

Ogni paesaggio è un accadere di cose concatenate fra di loro, definito dall’accordo delle sue singole componenti, dalle cose agli stati d’animo; è contraddistinto dai molteplici elementi di un’immagine univoca. Questa immagine ha in sé una visibilità senza confini, che contiene più di ciò che l’occhio vede: quella dei paesaggi antichi, stimolata dalla divina potenza di thea. Ogni individuo, nella sua qualità di ente indivisibile, ha il suo posto e il suo senso all’interno di una relazione paesaggistica, cioè in un rapporto con l’altro, nella molteplice, doppia contemporaneità. Un paesaggio si definisce nella sua specificità con l’insieme delle relazioni che lo pervadono, comprese quelle meteorologiche.

Gli accadimenti del passato entrano nell’immagine attuale dei paesaggi. Sono visibili nei luoghi dove si sono svolti, perché essi vi sono percepibili in quanto hanno impresso loro un determinato carattere. I prati e i boschi si offrono come libri aperti. Gli avvenimenti possono essere letti talvolta nei cimiteri e nelle tombe, che offrono un profondo livello di lettura paesaggistica. Sono soprattutto i santuari e gli altri siti sacri a esporre una visibilità straordinaria nella loro qualità di luoghi unici – come ha notato Cesare Pavese – “legati a un fatto a una gesta a un evento. A un luogo, tra tutti, si dà un significato assoluto, isolandolo nel mondo. Così sono nati i santuari”.

I santuari rimangono fissi a scandire la storia di un movimento-mutamento; svelano gli accadimenti incisi nell’immagine paesaggistica attuale. Il divenire tra antico e moderno dà forma. Gli avvenimenti del passato plasmano il carattere di ogni luogo, offrendone la lettura del mondo e il recupero della memoria dall’oblio. In questo senso racconti e leggende sono elementi di paesaggio. Si può comprendere che non si tratta di rievocare una natura presente o perduta e del nostro rapporto con questa, bensì – come scrive Ute Guzzoni – di formulare un “pensiero paesaggistico”.

Un pensiero paesaggistico è un percorso senza confini: indaga gli individui, coglie gli oggetti particolari di un “qualcosa che comprende tutto”, cioè il paesaggio osservato. Le singole cose hanno rilevanza per la loro appartenenza a un dato paesaggio: si configura quindi una relazione tra il singolo e l’universale, dove gli elementi semplici, nella loro individualità con una propria esistenza concreta, hanno un significato se inseriti in una data totalità, dove costituiscono una comunità con gli altri elementi in un’esistenza complessiva, universale: paesaggistica. L’attenzione per il paesaggio tiene conto della molteplicità di questi rapporti che lo compongono.

Si può sostenere forse con ragione – come propone Guzzoni – l’impossibilità di una definizione univoca, ontologica, del paesaggio per il fatto di accogliere in sé un insieme complesso di rapporti: “una mutevole totalità di relazioni di cui ci si può accorgere solo quando il pensiero prova ad abbandonare il proprio carattere ontologico-oggettivo e contemporaneamente avido di origine, e si interpreta come un intrattenersi nel mondo e tra cose dotate di mondo”.

Il pensiero paesaggistico non mira a un concetto, ma a entrare nel luogo, interrogando ogni suo singolo individuo sulla sua collocazione. Non interessa la cosa, ma il suo contenuto, con tutte le relazioni collegate e rese comuni dalla figura heideggeriana reale e simbolica del ponte.

Ogni stato, ogni momento storico può essere individuato in ogni paesaggio, chora della molteplice contemporaneità, dove l’uomo deposita la sua relazione con la natura, creando una struttura, un punto fermo sul quale studiare il mondo. L’immagine del luogo è forma della conoscenza, un’antica rappresentazione da inseguire e indagare attraverso ogni spazio e tempo fino alla più recente contemporaneità, per interpretare storia – paesaggio – siti – mutamenti. Risultato irreversibile di trasformazioni, ogni paesaggio è il punto di arrivo di un movimento continuo risalente alle origini stesse del territorio. In esso sono individuabili i mutamenti sociali, il modificarsi dei modi di produzione, dell’abitare, delle forme urbane, dei modi di vita, delle attività lavorative ed economiche, soprattutto della visione del mondo.

In questa metamorfosi rimangono dei punti fermi, dei santuari, simboli del passato, del demonico: del sacro in aperta dialettica con il mutamento.

L’artificio è un dato di fatto oggettivo che caratterizza i paesaggi. L’uomo, fin dalla sua nascita e nel corso della sua esistenza, è un essere naturale parte integrante della natura come sua cellula: con essa ha sempre convissuto modificandola in modo diretto o indiretto.

Anche i filosofi antichi erano coscienti di quest’affinità. Già Aristotele dimostra la naturalità della vita umana associata e delle sue creazioni urbane. L’uomo è per natura un costruttore di poleis, di un territorio da abbracciare con un solo sguardo, comprensivo della città, della campagna e del mare: la totalità del paesaggio comunitario urbano, vegetale o extraurbano e marino. È la prima determinazione reale del paesaggio: un concetto insito nella mentalità greca, ripresa da Hölderlin: l’uno in se stesso distinto.

* Politecnico di Milano e Università degli Studi di Salerno

Fonte: http://www.unifi.it/ri-vista/01ri/01r_venturiferriolotesto.html

 

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