Decrescita e Slow City


Qualche tempo fa una laureanda in architettura impegnata in una tesi di laurea sugli “approcci alternativi al declino delle città odierne”, ha chiesto un parere al gruppo “Territorio e Insediamenti Umani” di MDF, in particolare domandando se i principi delle “Città Slow” di Slow Food possano essere considerati come principi applicativi di una politica urbana della decrescita felice. Qui di seguito una prima riflessione da parte dell’Architetto Paola Malgarotto*. 

cittaslowSe siamo d’accordo che l’assunto principale della decrescita è che le risorse naturali sono limitate e quindi non si può immaginare un sistema votato ad una crescita infinita, ciò che delinea un piano strategico di decrescita del territorio dovrebbe sicuramente muovere dalla riduzione drastica nell’uso di: energia, rifiuti, acqua, suolo, mobilità all’interno di una cornice di territorio molto definita che è quella disegnata dal contesto del paesaggio locale, dove i rapporti fra le singole componenti sono programmati secondo una circolarità aperta e dinamica.

Altro assunto è che la nostra felicità si può sviluppare attraverso gli scambi ad elevato valore  sociale, promuovendo un’economia basata non solo sullo scambio di beni, ma soprattutto sullo scambio di relazioni e servizi, ossia un sistema economico a sostegno della vita e della felicità umana: separare la nostra felicità da quella degli altri è la principale causa dell’attuale situazione di crisi ed instabilità.

Premesso ciò credo che l’idea della città della decrescita non sia ancora confrontabile, o almeno non secondo i criteri delle slow city, che comunque mi sembrano per la maggior parte condivisibili: trovo molto limitante la questione dimensionale ed imbarazzante il piano d’integrazione del traffico e delle merci. Il tutto però fornisce un’ottima partenza per riflessioni concrete.

Il disegno della città della decrescita deve muovere da un progetto grande e complessivo: da una nuova visione di utilizzo del suolo e di riconversione di vaste aree degradate, di localizzazione della produzione alimentare, materiale ed energetica, tramite la valorizzazione delle risorse territoriali e paesaggistiche. Dobbiamo sforzarci di pensare in grande e di pianificare il nostro sogno della città dei nostri figli attivando un processo dinamico fatto di responsabilità, coraggio e scelte condivise: non possiamo più accontentarci di rattoppare le falle create dal sistema, godendo dei piccoli cambiamenti raggiunti, ma dobbiamo mettere in atto nuovi modelli sociali ed etici. Poichè l’antropizzazione del paesaggio è nella radice della condizione umana che organizza il desiderio con l’agire ed è la forza (spesso distruttiva) che trasforma i luoghi è necessario valorizzare nuovi desideri per rimodellare il senso di appartenenza alla comunità. Ecco che la salute degli ecosistemi, la dignità umana, le relazioni inclusive tra i componenti di una società, il carattere democratico delle istituzioni, possono rappresentare nuovi valori e nuove forme di ricchezza di un territorio capaci di generare forze propulsive di trasformazione dei luoghi.

Ad esempio nel disegno della città della decrescita particolare attenzione andrebbe posta nel rapporto tra verde e costruito, pensato come connettivo del paesaggio urbano ad ogni scala, ossia tessuto del connettivo sociale, ambientale ed alimentare, in una nuova dimensione di studio e sperimentazione: la pianificazione del connettivo dovrebbe essere una della matrice di rigenerazione della città.

Concludo affermando che il confronto tra le due esperienze sia molto stimolante, ma serve del tempo per comprendere meglio quali sono gli strumenti operativi proposti dalla decrescita felice.

 *membro di MDF Venezia e del Gruppo “Territorio e Insediamenti Umani” di MDF

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