Carta per la ricostruzione della città europea – Léon Krier


LeonKrier

Riportiamo qui di seguito la “Carta per la ricostruzione della città europea” (1980), di Léon Krier, architetto e urbanista neo-tradizionale (esponente di spicco del movimento del New Urbanism) ed autore del villaggio di Pounbury in Dorchester (GB) 

Fonte: Il Covile

SVILUPPO E PROGRESSO
Il mito del progresso tecnico illimitato e dello sviluppo hanno condotto i paesi maggiormente “sviluppati” ai limiti dell’esaurimento fisico e culturale. La febbre del profitto immediato, l’impero del denaro, hanno razziato città e campagne.
La produzione industriale, cioè l’estremo sviluppo delle forze produttive, ha distrutto in meno di duecento anni quelle città e paesaggi che erano il risultato di migliaia di anni di fatiche, intelligenza e cultura dell’uomo.
Dobbiamo ora riconoscere il valore assoluto delle città preindustriali, delle “città di pietra”. Non porre termine alla distruzione di queste enormi fatiche dell’uomo significherebbe condannare noi stessi e le generazioni future alla produzione e al consumo di un insieme di oggetti inconsistenti. L’enorme lavoro che attende la nostra generazione per ovviare ai danni e alle distruzioni degli ultimi trent’anni deve essere intrapreso nella prospettiva di PERMANENZA materiale.

ZONING E POLITICA
La politica delle infrastrutture industriali è stata fondata sulla separazione spaziale (e territoriale) delle funzioni.
Tutti gli stati industriali, indipendentemente dalle loro ideologie, hanno promosso e imposto una funzionale DIVISIONE IN ZONE delle città e delle campagne con uguale brutalità e con argomenti pseudo-scientifici, contro ogni resistenza delle popolazioni urbane o rurali.
La divisione funzionale in zone non è uno strumento innocente; si è rilevato il mezzo più efficace per distruggere il corpo sociale e fisico, infinitamente complesso, delle comunità urbane preindustriali, della democrazia urbana e della cultura.
La Divisione Funzionale in Zone della città e della campagna è stato un progetto autoritario e in nessun luogo è stato la risposta a una domanda democratica.
La Divisione in Zone è l’ASTRAZIONE di città e campagna. Noi ora sappiamo che una filosofia antiurbana condanna ipso facto la campagna.
Non si possono distruggere le città senza distruggere anche la campagna.
La Divisione in Zone è l’ASTRAZIONE di comunità; riduce anche la più orgogliosa delle comunità a una mera entità statistica, espressa in cifre e densità.
La Divisione in Zone, imposta dalle grandi industrie e dai loro imperi finanziari e amministrativi, può essere combattuta solo dalla pressione democratica che richiede la ricostruzione di comunità urbane dove RESIDENZA, POSTO DI LAVORO e CENTRI RICREATIVI siano distribuiti entro distanze percorribili a piedi.

ZONING, MOBILITA SOCIALE, CONSUMI ENERGETICI
La Divisione funzionale in zone su territori estremamente estesi ha avuto come risultato di portare al massimo livello i consumi energetici. La schiavitù degli spostamenti a cui è stato condannato ogni cittadino lo obbliga a sprecare tempo ed energia in trasporti quotidiani, e contemporaneamente lo ha fatto diventare un agente potenziale e involontario di spreco di energia.
Nessuna politica per i trasporti, PUBBLICI o PRIVATI, può ovviare allo spreco di energia materiale e sociale causato dalla divisione funzionale in zone.
Una politica intelligente dei consumi energetici è possibile soltanto integrando le principali funzioni urbane in quartieri (DISTRETTI) di limitata ampiezza territoriale.
Qualsiasi politica di risparmio dell’energia che non riconosca questa condizione è destinata a condurre a misure totalitarie di coercizione e controllo sociale.
CONTRO LA DISTRUZIONE TOTALE DELLA CITTÀ E DELLA CAMPAGNA DI CUI SIAMO TESTIMONI, FORMULIAMO UN PROGETTO FILOSOFICO POLITICO E TECNICO GLOBALE DI RICOSTRUZIONE

CITTÀ E CAMPAGNA sono nozioni antitetiche
La ricostruzione del TERRITORIO deve essere definita all’interno di una stretta dialettica fisica e legale di CITTÀ e CAMPAGNA.
Dobbiamo prima di tutto procedere a una drastica riduzione dei perimetri edificati delle città e ridefinire con precisione le aree rurali, per stabilire chiaramente che cosa è città e che cosa è campagna.
Qualsiasi nozione legale di divisione in zone deve essere abolita. Ogni intervento futuro sulla città deve escludere la costruzione di strade e autostrade urbane, di zone monofunzionali, di “spazio verdi” residui.
Non ci devono essere zone industriali, zone pedonali, centri o zone di vendita… ci possono essere solo quartieri urbani che integrano tutte le funzioni della vita urbana.
Le nozioni di CENTRO METROPOLITANO e di PERIFERIA devono essere abolite.

I QUARTIERI
Una città grande o piccola può essere riorganizzata solo con un certo numero, grande o piccolo, di quartieri urbani, in una federazione di quartieri autonomi.
Ogni quartiere deve avere un suo centro, una sua periferia e suoi limiti.
Ogni quartiere deve essere “UNA CITTÀ DENTRO LA CITTÀ”
Ogni QUARTIERE deve integrare tutte le funzioni giornaliere della vita urbana (residenza, lavoro e svago) all’interno di un’area che sia rapportata alla comodità di un uomo che vada a piedi, e non deve superare i 35 ettari di superficie e i 15.000 abitanti.
La stanchezza pone un limite naturale alla distanza che un essere umano può percorrere a piede giornalmente, e questo limite ha insegnato all’uomo nel corso della storia quale deve essere l’ampiezza delle comunità urbane o rurali.
Pare al contrario che non esistano limiti naturali all’ampiezza di una ZONA funzionale; la NOIA che prende l’uomo quando è al volante gli fa dimenticare qualsiasi sensazione di limite fisico.

LE STRADE E LE PIAZZE
La FORMA della città e dei suoi spazi pubblici non può essere oggetto di sperimentazioni personali.
Gli spazi pubblici possono essere previsti soltanto sotto forma di STRADE e PIAZZE.
Devono presentare caratteri permanenti familiari; le loro dimensioni e proporzioni saranno attenute e verificate da una millenaria cultura di strade e piazze.

CONTRO L’INDUSTRIALIZZAZIONE DELL’EDILIZIA
L’industrializzazione dell’edilizia deve essere considerata un fallimento totale. La sua vera spinta non è mai stata la dichiarata proletarizzazione del benessere materiale ma, al contrario, la massimalizzazione dei profitti a breve termine e il consolidamento dei monopoli economici e politici.
L’industrializzazione non ha portato alcun significativo miglioramento tecnico nell’edilizia.
– Non ha ridotto i costi di costruzione.
– Non ha abbreviato i tempi di produzione.
– Non ha creato nuovi posti di lavoro.
– Non ha aiutato a migliorare le condizioni di lavoro degli operai.
– Al contrario, ha distrutto un lavoro artigiano millenario e altamente progredito.
– È stata incapace di trovare soluzioni per la complessità tipologica, sociale e morfologica dei centri storici.
– E sebbene l’edilizia sia tuttora organizzata secondo forme di produzione artigianale, l’artigianato come cultura autonoma è stato   distrutto dalla divisione del lavoro industriale e sociale.
– Una cultura architettonica ed edilizia deve essere basata su una tradizione molto evoluta di costruzione manuale e non sulla formazione di “Corpi professionali specialistici”.
– L’industrializzazione ha alla fin fine soltanto facilitato la centralizzazione del potere economico e politico, tanto privato che pubblico.

IL PLURALISMO STILISTICO? Il KITSCH E L’ESPRESSIONE INDIVIDUALE
Non esiste né un’Architettura autoritaria né un’Architettura democratica.
Esistono soltanto modi autoritari o democratici di produrre e di usare l’architettura.
Una fila di colonne doriche non è più autoritaria di quanto sia democratico un tetto di Frei Otto.
L’architettura non è politica, può solo essere usata politicamente.
Quando l’architettura esiste, riesce sempre a superare la politica.
Gli edifici appaiono inumani non a causa della loro architettura ma solo a causa della loro mancanza di architettura.
Gli edifici diventano inumani quando prescindono dall’architettura o si rivestono di falsa architettura.
Il Kitsch è sia astrazione che falsa apparenza.
Negli ultimi duecento anni gli stati industriali si sono mascherati con stili che mutavano di generazione in generazione, e oggi di stagione in stagione. Dapprima neo-classico, poi neo-gotico, poi il moderno; e ora il Kitsch trionfa da Las Vegas a Mosca a Pechino.
Il Pluralismo stilistico e la sua epitome nel Kitsch non è in alcun modo sintomo di prosperità culturale, di felicità, di democrazia e di ricchezza. E’ l’inquietante ansia dell’individuo che contempla con disperazione e impotenza il brutale livellamento della propria identità individuale ed etnica.

CONTRO L’ASTRAZIONE E L’ESPRESSIONISMO
Il pluralismo culturale segna quel momento della storia in cui la disperazione e le ossessioni private soppiantano la cultura collettiva.
L’architettura non è il mezzo per esprimere la soddisfazione personale e sociale del cliente o dell’architetto.
L’architettura può esprimere idee, individuali o collettive, sul progresso, le speranze o i sogni, il tempo o lo spazio.
Lo “Zeitgeist” non riguarda l’architettura.
Lo “Zeitgeist” comunica se stesso nonostante se stesso.
Non esiste un’architettura rivoluzionaria o reazionaria.
Esiste solo l’architettura o la sua assenza, cioè la sua astrazione.
Non ci sono mai state proteste contro l’architettura.
Ci sono state proteste solo contro la mancanza di architettura, contro la sua assenza attraverso l’ASTRAZIONE.
L’architettura non può esprimere altro che la sua logica costruttiva, ovvero la sua origine dalla natura, dalla fatica dell’uomo e dall’intelligenza.
L’architettura e l’edilizia riguardano solamente la creazione di complessi edificati che siano belli e solidi, gradevoli, abitabili ed eleganti.

EDILIZIA E ARCHITETTURA
L’edilizia è la cultura materiale della costruzione. Come attività, riguarda la costruzione di strutture residenziali, di luoghi di lavoro, di magazzini, di opere di ingegneria; generalmente riguarda l’erezione di fabbricati urbani e complessi edificati che formano le strade di una città, le sue delimitazioni, i ponti ecc… La cultura edilizia si occupa prevalentemente della ripetizione di pochi tipi edilizi e del loro adeguamento alle condizioni locali di uso, di materiali e di clima.
L’architettura è la cultura intellettuale dell’edilizia. In quanto arte, si occupa dell’imitazione e della trasformazione degli elementi dell’edilizia in un linguaggio simbolico, che esprime in un sistema fisso di simboli e analogie l’origine stessa dell’Architettura dalle leggi immutabili della natura e dell’intelligenza dell’uomo.
Condizione prima per l’esistenza dell’architettura è raggiungere una stabilità materiale e soprattutto intellettuale.
Non può essere compito dell’architettura esprimere funzioni sempre variabili.
Alcuni tipi edilizi finiscono per essere legati a determinate funzioni e celebrazioni. Spetta alla scultura e alla pittura aiutare e sostenere questi collegamenti.
L’Architettura ha come scopo l’erezione di edifici e monumenti pubblici, e la costruzione di pubbliche piazze.

CITTÀ, ARCHITETTURA, EDILIZIA
Solamente un rapporto dialettico tra Architettura ed Edilizia, tra cultura classica e popolare, tra pubblico e privato può far assumere agli insediamenti umani la dignità i cultura collettiva.
Solo una grande complessità funzionale può condurre ad un’articolazione degli spazi, dei quartieri urbani e della città come insieme che sia leggibile, chiara, durevolmente soddisfacente e bella.
Semplicità e chiarezza devono essere gli obiettivi della complessità stessa del piano e del profilo urbano.
Una città si articola in
Spazi pubblici e privati
monumenti e fabbricati urbani
Architettura ed edilizia
piazze e strade
e in questo ORDINE

VERNACOLARE E CLASSICO
Una cultura che si opponga alla produzione e al consumo di oggetti deperibili crea problemi non di recupero ma di ricostituzione.
Da un punto di vista filosofico, Classico e Vernacolare sono basati non su distinzioni di classe ma sulla distinzione tra collettivo e individuale, tra monumenti e fabbricati urbani, tra palazzi pubblici e abitazioni private.
La cultura classica e quella vernacolare sono basate sulla ripetizione di alcuni TIPI COSTRUTTIVI E SPAZIALI fondamentali, che sono espressione universale delle attività umane, del lavoro e del piacere collettivi e individuali.
Per evitare i continui mutamenti di tendenza del mercato, l’architettura e l’edilizia sia classica che vernacolare devono essere concepite come sistemi mimetici (imitativi) di produzione basati su tradizioni artigianali, dove le facoltà intellettuali e manuali siano esercitate in accordo e non in contraddizione.
Tutti i sistemi non mimetici di conoscenza e di produzione hanno sempre dato come risultato l’eclettismo e l’immediata sclerosi.
In una cultura mimetica e artigianale, le innovazioni materiali o intellettuali vengono accettate solo per i miglioramenti tecnici o artistici che comportano, e non quando siano frutto di immaginazione sfrenata o di allucinazioni individuali. Questo processo di lenta e costante chiarificazione ed elaborazione che coinvolge l’abilità e l’intelligenza del singolo artigiano o artista è fonte di quel vero piacere che sta alla base delle culture autentiche.
L’architettura classica come elaborazione simbolica dell’edilizia vernacolare non considera l’innovazione una virtù. Non riconosce gli stili ma solo uno Stile che è fisso e immutabile nella sua essenza tipologica e morfologica, come lo sono gli oggetti in natura, ma che è infinitamente variato nelle sue realizzazioni.
L’architettura e l’edilizia non sono oggetti di consumo; possono essere ricostruiti solo in una prospettiva di permanenza materiale.
Senza tale permanenza, senza un’architettura che sopravviva ai suoi ideatori è impossibile immaginare spazi pubblici come espressioni collettive artigianali o artistiche.

IL LAVORO DI UNA GENERAZIONE
La sfida al nostro tempo è rifiutarsi di costruire ora.
Protestare contro la trasformazione e la distruzione delle città non porta a nulla se non abbiamo un piano globale alternativo di ricostruzione in mano. Una critica che non è in grado di fornire un progetto non è che un altro aspetto di una società totalmente frammentata, della quale città è solo un esempio.
Una critica senza una visione guarda al futuro con la stessa impotenza con cui uno storico senza un progetto guarda al passato.
Il criticismo professionistico ha ucciso la critica come la storiografia ha ucciso la storia.
Il progetto che la nostra generazione deve elaborare combatterà la distruzione della società urbana a tutti i livelli, culturale, politico, economico.
Soltanto con questo progetto di ricostruzione possiamo definire il nostro ruolo come architetti. Possiamo definire quale bilancio questa società deve stanziare per dar inizio a questo gigantesco lavoro di ricostruzione.
Non possono più essere i bilanci a breve termine a decidere la forma dell’architettura della Città, ma devono essere l’Architettura e la città a stabilire la forma di bilanci a lungo termine.
Questa è la ragione per la quale dobbiamo rifiutarci di addestrare gli architetti ad accondiscendere alle manchevolezze della legislazione e della programmazione economica attuali.
Paradossalmente, siamo gli unici che possano un giorno realizzare questo vasto progetto di ricostruzione, se oggi ci rifiutiamo di costruire.

LE SCUOLE
Una cultura architettonica deve necessariamente essere basata su una cultura manuale altamente sviluppata e professionale.
Le scuole sono gli unici luoghi dove la ricostruzione di tale cultura sia possibile; basata sull’apprendistato e temporaneamente liberata dalle contingenze della produzione materiale e dalle pressioni del mercato edilizio.
Sebbene le scuole e le università continuino a vivere sul falso prestigio e sulla supremazia della cultura intellettuale rispetto a quella manuale, tuttavia nelle società ad industrializzazione avanzata il lavoro intellettuale è diventato alienante e degradante come il lavoro manuale.
Questi falsi miti potrebbero essere definitivamente distrutti dando una nuova dignità sociale al lavoro manuale attraverso il conferimento di diplomi universitari per professioni artigianali altamente sviluppate e ponendole quindi allo stesso livello della ricerca scientifica, dell’ingegneria, della professione medica, che sono tutte alla fin fine basate sul lavoro manuale.

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