Dalla conurbazione periferica alla “Bioregione insediata”. Quale ecologia per la città contemporanea?


Qui di seguito potete leggere un articolo molto interessante e forse un po’ datato, ma comunque attuale, sul tema della Città Bioregionale. Oggi (come ieri!) il tema di quale possa essere il più adatto contesto territoriale per la pianificazione  è molto sentito. Probabilmente i vecchi piani urbanistici delle grandi medie città riferiti al solo “perimetro” delle stesse non sono più efficaci. Forse anche i tradizionali confini amministrativi e il sistema di planning a “cascata” per singolo livello amministrativo non lo è più. E’ quindi necessario individuare contesti territoriali omogenei, basati su riferimenti morfologici, ecologici,  culturali e identitari, che siano la base di riferimento per una pianificazione partecipata di comunità, fatta non solo con i metodi tradizionali dell’urbanistica, ma sempre più con modalità di interazione reticolare P2P – peer-to-peer, di collaborazione diffusa. Quale può essere “il sistema territoriale efficiente” per la nuova pianificazione post-crisi? Il concetto di Bioregione ci torna molto utile, ma anche quello di Bacino-Sottobacino idrografico ad esempio…. ragioniamoci!

Riflesso nell'acquadi Giorgio Pizziolo*
Di fronte alla gravità dell’alterazione della condizione ecologica delle nostre città, la risposta deve essere di tipo olistico, nella ricerca di un rapporto “città/ambiente” capace di comprendere tutte le istanze coinvolte. Ciò non significa che invece la strategia non possa svilupparsi per azioni locali specifiche e differenziate. Anche per l’urbanistica ecologica può valere il principio ‘pensare globalmente – agire localmente’. Tutto ciò comporta in ogni caso un cambiamento di paradigma epistemologico-disciplinare, nonché una pratica sperimentale partecipata.
Le attuali strutture urbane-metropolitane non sono più formate soltanto di centri urbani e di periferie, ma da una nebulosa di frange urbane, da una conurbazione sempre più densa e continua, con all’interno vuoti urbani sempre più residuali. Questo modello insediativo, spesso di non semplice definizione anche tra gli esperti, e caratterizzato da esiti assai imprevedibili, è comunque totalmente decontestualizzato e non ha generalmente più alcun rapporto con il territorio circostante.

Ciò segna una profonda differenza con la città storica, la quale, come’ è noto, fondava la sua sopravvivenza primaria proprio nel rapporto con il proprio “territorio di riferimento”, derivandone peraltro condizioni non solo materiali ma anche culturali ed estetiche di grande rilevanza. (In Italia, Venezia ed il sistema lagunare dell’alto Adriatico, Siena e lo spartiacque collinare tra Arno e Ombrone,…). Con la fase dell’industrializzazione ed ancor più con la fase del postmoderno globalizzato e delle tecnologie informatiche, si è ritenuto che la città si fosse emancipata dai vincoli del territorio, senza pensare che così facendo si sradicavano le città ed i loro abitanti da ogni riferimento ai “luoghi”, ed al loro ambiente di pertinenza.

Progressivamente sta emergendo invece la necessità di un ripensamento di questo atteggiamento, particolarmente in rapporto alle difficoltà di chiudere i bilanci ambientali locali e di ridotare le comunità locali di ambienti di vita significativi o quantomeno per loro sufficienti, ovvero utili, anche nella competizione internazionale.

Per ottenere questi risultati occorre peraltro invertire le tendenze in corso nel rapporto insediamenti umani-territorio, ed assumere in proposito un diverso punto di vista.

Questo nuovo punto di vista potrebbe allora essere quello di ridotare gli insediamenti urbani di un nuovo “ambiente di riferimento”, questa volta non in funzione della sopravvivenza primaria elementare come nel caso della città storica, ma della “sopravvivenza primaria ecologica”, come è nel caso della città contemporanea.

Occorre allora ricercare se sia possibile dotare la struttura urbana attuale di un contesto territoriale tale che la faccia di nuovo ‘vivere ecologicamente’, di un contesto ambientale tale che sia in grado di accoglierla, di nuovo, al proprio interno.

Ma per fare ciò occorre che il sistema ambientale che dovrà accogliere la struttura urbana si configuri esso stesso come una struttura vivente, che esso stesso abbia le caratteristiche per essere una “Bioregione”: un luogo, cioè, complesso, interrelato e fertile (sotto molti punti di vista), in grado di presentarsi come ‘un ampio contesto della vita’, come un sistema di ecosistemi.

Quindi, un luogo tale da essere in grado di assicurarla, la vita, prima di tutto intensamente per se stesso e conseguentemente anche alla città ospitata ed ai suoi abitanti.

Si tratta di una operazione complessa, quasi di rinnovare un rito di rifondazione della città ma per così dire ‘un rito ribaltato’, un rito di risacralizzazione di un territorio dissacrato, a partire dalla città – e che pure va messa in discussione – per riconoscere e ricostituire il suo territorio, e per riadeguare poi la città stessa al territorio ritrovato, in una continua in- terazione.

Una rifondazione, quindi, assai complessa e problematica, che è contemporaneamente una rifondazione sia di un contesto, che di una città, che della loro relazione, una rifondazione che si dovrà sviluppare dall’interno della struttura urbana e del suo ambiente e che quindi forse risulterà ancora più entusiasmante che una fondazione operata con un atto ‘esterno’, anche perché essa non potrà avvenire che in maniera collettiva.

In questo processo rifondativo il paesaggio e le reti ecologiche potranno svolgere ruoli determinanti, anzi strategici:

– paesaggio in quanto struttura olistica capace di fornire un apparato di riferimento che organizza i molteplici rapporti tra società/natura/cultura;

– reti ecologiche in quanto concreta organizzazione territoriale che, basandosi sui paesaggi agrari esistenti, sui vuoti urbani, sulle connessioni in atto e potenziali, viene a costi- tuire la trama di relazioni sulla quale ricostruire i presupposti per l’esistenza e per la fattibili- tà stessa della intelaiatura strutturale della Bioregione.

Dunque la “Bioregione insediataè una struttura territoriale entro la quale si può sviluppare una ben determinata dinamica della vita, e tale da essere in grado di dare luogo a processi evolutivi autonomi e significativi.

Questi processi evolutivi saranno tali da potere accogliere, come in un grembo, una comunità umana con tutte le sue attività e costruzioni, comprese anche quelle precarie, le quali ovviamente dovranno però tutte essere cosiffatte da non mettere in discussione il si- stema che le accoglie.

Anzi, la comunità dovrà mettere a punto un’attività di “apprendimento “, nel senso ecologico di Bateson, e cioè di una Ecologia della Mente, tale che possa fare divenire parte- cipe la comunità stessa e le sue azioni, proprio rispetto a quelle dinamiche evolutive che la Bioregione esprime.

Evoluzione ed apprendimento saranno dunque le due dinamiche, stocastiche ed omologhe, sulle quali fondare i processi coevolutivi che rappresentano l’obiettivo di un progetto che potremmo chiamare “vivere la Bioregione”.

Evoluzione ed apprendimento saranno i due criteri base usati nelle pratiche rifondative della rinnovata relazione città-contesto, e quindi della Bioregione assunta come ‘luogo’ di quella relazione.

Tra gli ‘strumenti di lavoro’ per questa rifondazione, che sia ad un tempo, dell’insediamento e della sua Bioregione di riferimento, uno dei più significativi è il paesaggio, sia per la sua natura di per sé olistica, sia per le argomentazioni dei suoi recenti riconoscimenti in campo scientifico disciplinare e delle politiche del territorio.

Affrontiamo allora la questione del “divenire del paesaggio e della progettazione paesistica nella Bioregione Insediata“.

Facendo riferimento alla definizione di Paesaggio proposta dal Consiglio d’Europa (“quella parte di territorio, nella sue trasformazioni umane e naturali e nella loro interazione, così come viene percepita dalla popolazione….”), ci preme sottolineare il carattere dinamico, di processo in divenire, che dobbiamo attribuire al paesaggio, sia nelle sue trasformazioni naturali e antropiche, sia nelle sue modalità percettive da parte delle società, locali e generali.

Dunque un doppio ordine di dinamicità, sia della struttura territoriale e quindi della sua dimensione di relazione ternaria uomo/natura/società sia della sua dimensione percettiva da parte delle popolazioni insediate, valutate nelle loro reciproche interrelazioni.

Dunque la dinamicità è una caratteristica intrinseca dei paesaggi, anche se generalmente si tende a sottolineare i valori di permanenza del paesaggio stesso.

Riteniamo allora che sia interessante sviluppare una linea di ricerca, di sperimentazione e di operatività che si ponga la questione del divenire del paesaggio non come elemento di disturbo ed esterno ai valori di comunicazione dell’informazione e della qualità paesistica, ma assumendo il divenire del paesaggio come elemento vivente, sia in senso naturale che culturale, e quindi continuamente evolutivo, caratterizzante strutturalmente il paesaggio stesso.

Infatti, assumendo il paesaggio come struttura in divenire, dovremo fare riferimento al ruolo del fattore tempo entro tale fenomeno, e se prendiamo in considerazione, sulla base delle scienze contemporanee, il “tempo interno” ai fenomeni, per il paesaggio ci troviamo di fronte ad una molteplicità di tempi interni differenziati, da quelli biologici, a quelli economici, a quelli culturali, ai tempi delle retroazioni ambientali e territoriali, ovvero a quelli comportamentali percettivi delle diverse generazioni locali e così via, tutti tempi diversi e con velocità di cambiamento ulteriormente diversificate.

Alla complessità del fenomeno paesaggio corrisponde dunque una complessità temporale, e ci troviamo di fronte ad un fenomeno di “pluriritmo” per il quale il concetto di “evoluzione” (stocastica, si intende! ) è il riferimento temporale e spaziale-materiale delle azioni e del divenire del paesaggio.

Una simile impostazione richiede una revisione sia epistemologica, sia linguistica, che operativa delle problematiche scientifiche e ‘politiche’ del paesaggio, ma anche della sua “progettualità”, nonché delle sue pratiche popolari quotidiane, poiché questa è forse una delle poche strade per le quali si possa immaginare di aprire un rapporto collaborativo con le popolazioni direttamente interessate.

Infatti, entro una prospettiva in divenire, risulta più semplice e spontaneo fare emergere una reale partecipazione attiva, ben oltre il consenso, e quindi vorrei dire “creativa”, da parte della popolazione interessata alle attività progettuali e di costruzione del proprio ambiente.

Abbiamo ritenuto che la via di una sperimentazione nel tessuto vivo delle realtà territoriali fosse la strada da percorrere per sperimentare, scientificamente e programmaticamente, le ipotesi della progettazione (compresa quella paesistica ed ambientale, ed a maggior ragione anche quella urbana) come processo dinamico.

Così operando, si andrà oltre la ‘progettazione disegnata’, pure sempre così importante come prefigurazione, per avvicinarsi invece, verso il processo creativo, verso il “Progetto come Processo Evolutivo”.

In questo senso la progettazione non si limita più a ricostruire una modalità sistemica, pure così utile per la città, per il paesaggio e per le culture sociali che in tali contesti sono coinvolte, ma cerca di innovare, aprendo nuove strade alla creatività e alla modalità relazionale di connettere processi differenti, sia umani (individuali e sociali) che naturali, tra loro in reciproca e continua intercomunicazione.

In tal modo potrebbe avviarsi un processo evolutivo (o meglio coevolutivo) a partire dal riconoscimento delle strutture qualificanti e caratterizzanti ogni progetto di paesaggio, passando poi a cogliere le sue tendenze al cambiamento, a valutare i possibili scenari progettuali ed evolutivi, e, a questo punto, ad aprire il processo dinamico biunivoco, al quale avevamo accennato precedentemente, di evoluzione e di apprendimento, imprevedibile ma orientato, per dirla con Gambino di “conservazione-trasformazione”.

Tutto questo si potrebbe svolgere con le popolazioni interessate, che ritroverebbero così la gioia di ‘costruirsi’ il proprio ambiente di vita e di tornare a riconoscersi nel proprio ambiente costruito e nel proprio paesaggio.

Nelle situazioni reali che si possono presentare questo progetto rifondativo dovrà affrontare situazioni molto differenziate, ma, sulla base della nostra esperienza, in ogni caso il progetto dovrà fare riferimento:

– al “carattere complesso della struttura urbana”, ed al suo formarsi nel tempo; ma più che altro il progetto rifondativo dovrà cogliere il senso di ogni specifico insediamento u- mano e delle sue modalità di formazione e di manifestazione; e dovrà percepirne, di quel luogo urbano, la sua essenza profonda, che si manifesta nelle persone, nella società, negli spazi, e nella loro formazione storica interrelata;

– alla “natura complessa del contesto ambientale” e dovrà ritrovarne sia i caratteri della condizione originaria sia le condizioni della situazione attuale, più o meno alterata, più o meno ancora vitale e comunicativa; in ogni caso dovrà individuare le componenti vitali sulle quali contare per riconoscere la base ambientale della Bioregione;

– alla “relazione tra la struttura urbana ed il contesto ambientale”, al messaggio informazionale che la relazione riesce ad esprimere, e quindi allo stato della relazione stessa e alla storia ed alle fasi per le quali la relazione è passata; nonché le sue potenzialità evolutive;

– al “divenire dei fenomeni suddetti”, in particolare quelli relazionali, e quindi al divenire dei paesaggi in quanto espressione del manifestarsi della relazione stessa e della condizione di “Bioregione insediata”.

Dovremmo allora assumere l’ambiente costruito (da quello alla scala micro-territoriale, a quello urbano, a quello metropolitano) come fenomeno complesso in continua trasformazione e la “Bioregione abitata” come quella condizione territoriale a cui si riferisce sia una modalità articolata dell’abitare, sia una rivalutazione dell’ambiente di vita del contesto ambientale di riferimento, ma più che altro sviluppando un’idea di Bioregione come loro relazione coevolutiva.

Occorre perciò aprire fasi di sperimentazione a tutti i livelli, poiché è solo dalla sperimentazione, orientata e cosciente, che si possono estrapolare indicazioni significative e consapevolmente riconosciute di un’attività progressiva di costruzione di un processo che ci consenta di sviluppare nel tempo le condizioni sopra dette, dal micro contesto alla Bioregione, nel tentativo di non perdere occasioni e segnali anche parziali di innovazione strategica che si manifestassero anche in situazioni diverse e distanti tra loro, tanta è la complessità e la necessità di cogliere ogni stimolo di rinnovamento che sono necessarie alla rifondazione della Bioregione, in termini partecipati.

Tale sperimentazione ha appunto due caratteri:

– deve essere rinnovabile, non deve cioè compromettere definitivamente gli ambiti sui quali interviene, deve garantire La possibilità di sempre ulteriori scelte, ed in tal senso potremmo definirla una sperimentazione sostenibile;

– deve potersi sviluppare, come sopra accennato, a tutti i livelli della esperienza rifondativa dei contesti bioregionali, se possibile in termini unitari, ma anche per ambiti disciplinari e per occasioni sperimentali diversificate.

In tal senso la sperimentazione progettuale può essere articolata in altrettanti casi di studio, utili a fornire spunti e riflessioni per l’ipotesi che qui si sostiene.

La nostra esperienza, nel caso italiano, si è articolata con progetti sviluppati alle diverse scale che vanno

1) dalle ipotesi di ridisegno ambientale di un’area metropolitana,

2) alla riqualificazione ambientale ed urbana di piccoli comuni inseriti in un più ampio disegno territoriale,

3) agli studi paesistici per un comprensorio turistico,

4) all’assetto ambientale di un centro civico,

5) alla sistemazione di un’area parco lacustre:

Tutti i casi sono riferiti a condizioni diverse in modo da consentire confronti e comparazioni, anche se in alcuni di essi si è trattato di occasioni di studio più che di attività già operative sul campo.

I motivi di indagine sono molteplici, e vanno dalla ricerca di nuovi modelli urbani ed insediativi, alla necessità ecologica di potere contare su un nuovo tipo di ambiente di riferimento, alle necessità di creare nuova opportunità di lavoro a quella di salvaguardare uno straordinario patrimonio di paesaggi, di saperi locali, di prodotti di qualità, minacciati dai modelli aggressivi e insensati della globalizzazione mercantile.

Questo insieme di fenomeni può essere colto nella sua manifestazione unitaria più significativa, l’ambiente costruito storico e il paesaggio, che come si è detto, vorremmo considerare non solo come un valore dato, che è minacciato e che può essere alterato, ma come un fenomeno in perenne divenire, un divenire che peraltro sta subendo delle accelerazioni distruttive.

Dunque, in quanto fenomeno in perenne divenire, si tratta di fare riferimento ad un problema di cicli e di ritmi, e ad un problema di relazioni tra dinamiche naturali ed antropiche, oggi da considerare in una fase di profonde, reciproche trasformazioni e da affrontare con strumenti nuovi .

Tali strumenti possono essere rinnovati con riferimento al concetto di relazione e alle pratiche relazionali, e in questo senso si stanno sviluppando i nostri studi e la nostra attività di ricerca sperimentale più recenti, verso un rinnovamento epistemologico che è ancora in corso.

Tuttavia, tanto l’ambito degli studi e sperimentazioni sul paesaggio, quanto quello delle reti ecologiche e della progettazione partecipata, sono ambiti tra i più fertili per l’apprendimento sperimentale e collettivo, oltre che scientifico ed estetico, verso un modello di ecologia del progettare.

Fonte: http://www.echos.fi.it/

*professore del Dipartimento di urbanistica e pianificazione del territorio dell’Università di Firenze

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