La Biodiversità sociale, tra gli indicatori di qualità urbana


Nell’ambito del costituendo gruppo di studio nazionale “Decrescita e Urbanistica” del Movimento per la decrescita felice (rintracciabile su facebook), stiamo avviando un brainstorming, ed una raccolta di prime proposte, per elaborare in seguito documenti utili come traccia di policy per una corretta gestione urbana e territoriale. Lo spunto iniziale è QUESTO articolo sulla Transizione urbana, che è anche una meta, intermedia o finale che sia di un percorso che vedrà coinvolta MDF a proporre soluzioni di sostenibilità intelligente per la città di domani. Altro elemento di studio riguarda tutti quei sistemi di condivisione delle informazioni georeferenziate, che vogliamo analizzare e sperimentare, per fare diventare la comunicazione sulle trasformazioni urbanistiche efficiente e trasparente. Su questo punto è utile leggere l’articolo “Condividere l’idea di Suolo a Milano“, di Salviamo il Paesaggi, gruppo di cui siamo parte attiva.

di Michele Mazzocchi

Nella serie di conferenze del Festival dell’Architettura organizzato dall’Università di Parma dedicate alle città europee ho avuto modo di ascoltare l’intervento di Andres Tyrrestrup circa il progetto dello studio associato AART Architects per residenze per studenti ad Ørestad, il Bikuben Student Residence. L’idea guida del progetto è quella di portare gli studenti a condividere il più possibile tempo e spazi con gli altri riducendo la sensazione di solitudine. Durante l’iter progettuale lo studio si è avvalso della collaborazione di psicologi comportamentali e in termini architettonici le scelte si sono tradotte in una riduzione delle dimensioni degli alloggi e nell’integrazione di servizi comuni su ogni piano dell’edificio facendo attenzione all’orientamento e alla visibilità di questi. La commistione delle attività nella vita di tutti i giorni è vista, a ragione, come qualcosa di positivo, ma nel caso specifico è circoscritta ad uno studentato in una porzione di città dedicata quasi esclusivamente agli studenti. Provando ad avere delucidazioni su questo apparente controsenso ho avuto come unica risposta la conferma e riproposizione della tendenza a creare quartieri specializzati, ad intervenire puntualmente (centri commerciali polifunzionali) per riabilitare periferie prive di servizi e zone d’incontro, a delocalizzare ed accentrare attività.  Piccole considerazioni personali: per un attimo avevo creduto che le città europee descritte in una lunga chiacchierata col mio amico statunitense Cameron, dove prendendo un caffè puoi vedere dei ragazzi con dei libri, la signora con le buste della spesa, l’ortolano all’angolo della piazzetta, la bottega e la boutique, o posti come il bar della periferia di Navile a Bologna, dove puoi trovare degli anziani a giocare a boccette, gli studenti dello studentato farsi una birra, il jazzista ormai famoso che porta il figlio per una jam session, potessero essere presi come esempio. Forse mi sbaglio. Forse è davvero inarrestabile la tendenza a creare non luoghi. Forse sono chiuso in una mentalità provinciale, ma credo che per sentirsi cittadini un buon inizio sia conoscere le diverse storie del tuo condominio, e che poter vedere in ogni angolo di strada un quadro rappresentativo di tutta una città possa essere un buon modo per una società di specchiarsi e restare unita. Personalmente credo si dovrebbe inserire tra i parametri per valutare la qualità di un quartiere anche il suo livello di “biodiversità sociale” perché si traduce per ognuno in una maggiore consapevolezza della propria realtà, in una diversificazione degli stimoli (e questo credo sia un caso in cui il risultato sia maggiore della somma degli addendi) e, perché no, in un maggior amore per i propri luoghi. Ricordo ancora lo stupore di Cameron durante la sua permanenza in Italia: lui abituato ai ghetti, dove i poveri non stanno coi poveri, e i neri coi bianchi, spero non trovi un giorno ad aspettarlo un quartiere per soli turisti, o cose del genere.

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