Transizione di medie e grandi città. Ipotesi di piano di cambiamento.


«Prospettive: entro il 2050 l’economia dell’UE sarà cresciuta in maniera da rispettare i vincoli imposti dalle risorse e i limiti del pianeta, contribuendo in questo modo ad una trasformazione economica globale. L’economia sarà competitiva, inclusiva e offrirà un elevato standard di vita, con impatti ambientali notevolmente ridotti. Tutte le risorse – materie prime, energia, acqua, aria, terra e suolo – saranno gestite in modo sostenibile. Saranno stati conseguiti importanti traguardi nella lotta contro i cambiamenti climatici, mentre la biodiversità e i relativi servizi ecosistemici saranno stati tutelati, valorizzati e in larga misura ripristinati».
[COM (2011) 571 final, p.3]

“Bici senza catene a “Kongens Nytorv”, Copenhagen, DK, 2012

di Fabio Cremascoli

Qui di seguito vorrei fornire un contributo operativo al dibattito sulla rigenerazione delle medie/grandi città attraverso la proposta di un processo per l’elaborazione partecipata di  politiche e progetti per il miglioramento della qualità della vita, che si traducono in una ipotesi di piano di transizione e di decrescita urbana (1).

Cos’è un piano di transizione e decrescita urbana
Un piano di transizione e decrescita urbana è un strumento che prevede una serie di azioni per diminuire/ottimizzare l’uso di energia e risorse naturali, realizzabile attraverso la partecipazione degli abitanti. E’ dunque un “piano di cambiamento” a tutto tondo, che tiene in considerazione scenari di livello globale e di livello locale: da una parte gli effetti del cambiamento del clima, il problema del picco del petrolio e dei minerali e la crisi economico-finanziaria che nel lungo termine, in assenza di fonti e soluzioni energetiche alternative ai combustibili fossili capaci di offrire un elevato tasso di energia restituita rispetto a quella investita, possono costituire un serio problema per la stabilità dell’intero ecosistema terrestre; dall’altra i problemi propri delle città di oggi, generalizzabili nella congestione veicolare, nell’inquinamento, nella mancanza di una pianificazione che tenga conto di giovani, bambini e categorie socialmente deboli, nelle architetture e nei progetti di riqualificazione urbanistica autoreferenziali e spesso privi di capacità di futuro.

Un progetto di questo tipo può essere pensato e  realizzato se consideriamo la città come un organismo complesso, che dovrà tornare capace di “auto-regolarsi” ed “auto-organizzarsi” attraverso il contributo delle comunità locali,  riducendo le possibili inefficienze causate dallo spreco di risorse e dall’utilizzo di materiali sintetici nonché da un modello sociale ed economico orientato al consumo e all’appiattimento socio-culturale e materiale dei luoghi e degli spazi, per proporre un nuovo paradigma basato sulla “prosperità e sul benessere senza la crescita”(2). Proprio in questo senso il piano sarà uno strumento di “decrescita felice”, intesa come “concetto emblema” di una critica ragionata allo sviluppo di tipo quantitativo, fondato sulla produzione e sul consumo di merci che non sono beni e non soddisfano reali bisogni e che propone al contrario un uso intelligente e razionale delle risorse e lo sviluppo di rapporti umani basati sulla collaborazione e sulla condivisione in luogo della competizione.

Questo discorso è tra l’altro in buona parte in sintonia con le più recenti elaborazioni della Commissione Europea, che nel documento “Roadmap to a Resource Efficient Europe” [COM (2011) 571 final], propone una nuova visione per il 2050 e un percorso di transizione che prendendo in considerazione le possibili interdipendenze tra economia, benessere e capitale naturale, si pone l’obiettivo di rimuovere gli ostacoli all’utilizzo efficiente delle risorse, creando maggiore equità sociale e una diminuzione degli impatti delle attività antropiche sull’ambiente.

Qual è il modello di città di riferimento, come si persegue
Per ciò che concerne il raggiungimento di obiettivi legati al cambiamento del clima possiamo prendere come esempio città europee come Copenhagen, che entro il 2025 si propone di diventare una città “carbon neutral” con il 100% di utilizzo di energia da fonti rinnovabili, o Malmöe, che auspica obiettivi analoghi entro il 2030.
La cosa più importante sarà però l’utilizzo più appropriato delle tecnologie preposte alla riduzione degli sprechi in tutti i livelli dell’organizzazione sociale e produttiva e la piena considerazione dei limiti imposti dalla capacità di carico dei sistemi urbani.
Seguendo questo orientamento il modello di città che si intenderà perseguire in un piano di transizione e decrescita potrà essere caratterizzato da progetti non invasivi e distruttivi dei caratteri tradizionali e identitari dei luoghi (3) basati sui principi della Biourbanistica (4) ed incentrato sulla valorizzazione dei quartieri, come generatori del rinnovamento e su una visione condivisa di città desiderata.

Come si sviluppa il processo di piano
Nel “Manuale pratico della Transizione” (5) e nel “Programma Politico per la Decrescita” del Movimento per la decrescita felice (6) si trovano già alcune ipotesi di step da percorrere o di temi trattare in un progetto di cambiamento.
Qui di seguito vorrei proporne una interpretazione sintetica con alcuni elementi di variante che si ispirano ed integrano un mio precedente articolo (7).

  1. Il primo passo da fare per avviare questo percorso sarà quello di attivare un gruppo promotore che possa fare da catalizzatore delle forze e delle risorse in gioco, promuovendo iniziative di sensibilizzazione e comunicazione e stimolando e sostenendo gli altri gruppi interessati. Questo nucleo iniziale dovrà tessere reti di relazioni locali, che possano stimolare il mutuo apprendimento collettivo, abilità progettuali degli abitanti, tramite la condivisione di saperi e la messa a sistema dei contributi di ognuno. La “task force” può essere ideata e costituita sia da persone appartenenti ad associazioni, sia da una amministrazione comunale attenta ai temi del cambiamento.
  2. Sarà poi necessario elaborare uno “scenario di riferimento”, cioè la rappresentazione del contesto socio economico, territoriale e ambientale della propria città – utile anche per prendere coscienza dello stato di salute della stessa – e la sua evoluzione nel tempo influenzata da eventuali fattori esogeni, non dipendenti dalla applicazione del nostro piano.
  3. Poi bisognerà delineare i primi tratti di una “visione” per la propria città proiettata nel futuro, ovvero la cornice di un disegno che sarà perfezionato o ridefinito nelle successive fasi tramite una rete di collaborazione condivisa.
  4. L’idea progettuale potrà essere sviluppata anche attraverso forme creative di coinvolgimento e partecipazione – ad esempio la presentazione di libri, film tematici, eventi teatrali o lo svolgimento di conferenze e/o seminari di formazione con esperti – che possano informare le persone e per introdurre gradualmente i temi oggetto del confronto.
  5. In seguito sarà possibile prevedere l’organizzazione di una assemblea cittadina o di un evento di livello metropolitano (Town Meeting),  in cui si potrà lanciare ufficialmente il progetto, affinare in modo coordinato la visione, modificandola eventualmente sulla base dei nuovi contributi e definire insieme alcuni piani d’azione e le relative modalità di attuazione, suddividendo i partecipanti in sessioni tematiche e operative di lavoro che possano raccogliere proposte.
  6. Ad esempio questo momento di confronto allargato potrebbe essere strutturato secondo tre grandi argomenti: alimentazione; alloggi; mobilità, tematiche che – secondo la sopra citata “tabella di marcia della Commissione Europea” nei paesi industrializzati provocherebbero da soli il 70-80% degli impatti ambientali.
  7. Le sessioni creative di lavoro a loro volta potrebbero sviluppare i temi relativi alla pianificazione integrata di  energia, urbanistica e trasporti, gestione dei rifiuti secondo la strategia “zero waste”, sviluppo della mobilità lenta, progettazione di ambienti di vita più umani da un punto di vista percettivo – sensoriale, rilocalizzazione dell’economia con particolare attenzione all’autosufficienza (o sovranità) alimentare delle comunità e all’accorciamento delle filiere di produzione e consumo, ridefinizione dei margini urbani che necessitano di maggiore attenzione in un’ottica permaculturale (8), etc.

E’ comunque importante che i temi di approfondimento vengano proposti sulla base delle specificità dei contesti locali e dei bisogni reali delle persone sia livello individuale che in una prospettiva di valorizzazione collettiva dei beni comuni.

Come si può lavorare oggi con le comunità
La partecipazione non si potrà risolvere solo tra le quattro mura delle arene di confronto. Come accennato all’inizio un piano di transizione/decrescita è uno strumento che si focalizza sulla relazioni tra i cittadini e la dimensione socio-spaziale da più punti di vista. Oltre alla capacità di immaginazione di una città più armonica e vivibile in cui i beni comuni non siano mercificati, è dunque necessario sperimentare direttamente il rapporto con i luoghi urbani attraverso pratiche che possano consentire alle comunità locali di riappropriarsi dei propri ambienti di vita, e di ridefinirli in chiave sostenibile.

In questo senso possono essere utili le varie tecniche di empowerment di comunità, da implementare in modo dinamico, nel tempo, per affinare l’idea progettuale condivisa in ambito plenario e per declinarla nei quartieri al fine di risolvere le questioni più imminenti a livello micro-urbano. A questo scopo possono essere utilizzati strumenti “tradizionali” nel campo della pianificazione urbanistica partecipata  come il Planning for Real, ma anche il più recente Open Space tecnology (9) o altri strumenti innovativi che possano facilitare la progettazione attraverso la messa a sistema di abilità, saperi e  contributi diretti delle persone. Il processo di transizione urbana dovrà quindi aprirsi alla  creazione compartecipata (crowd sourcing), attraverso una più efficace ed efficiente circolazione dell’informazione che possa facilitare lo scambio di idee e proposte orientate ad un obiettivo comune. In affiancamento al percorso strutturato dei coinvolgimento dei cittadini sarà dunque opportuno introdurre strumenti che possano stimolare anche l’interazione di tipo “immateriale” quali le piattaforme “social-web”, in cui possano essere stabilite relazioni di tipo non gerarchico, sulla base del principio di funzionamento delle “comunità open P2P – Peer to peer”(10), in cui ogni partecipante “ha la stessa importanza”. In questo contesto, così come nelle fasi di  interazione fisica, un gruppo di facilitazione e moderazione dovrà creare le condizioni affinché tra tutte le persone che partecipano alla costruzione e alla futura implementazione della visione si creino modalità di ascolto attivo e reciproco e un atteggiamento “exotopico” – cioè di tensione dialogica in cui l’alterità sia condizione necessaria per la comprensione – (11), per mantenere una costante consapevolezza e positività sugli obiettivi del processo avviato.

Come si attua in concreto il piano di transizione e decrescita
Dobbiamo partire dal presupposto che viviamo in un contesto di democrazia rappresentativa, a cui si può affiancare – in un rapporto di integrazione dialettica – la democrazia partecipativa e deliberativa (12). Inoltre un piano come quello più sopra delineato può considerarsi uno strumento di natura strategica e non è normato da una specifica disciplina (si consideri che i piani e i programmi urbanistici e territoriali e quelli si tipo settoriale sono principalmente normati dalle regioni, sulla base di quadri di riferimento nazionali), non ha dunque effetti diretti sul territorio.

Tuttavia è possibile fare in modo che un piano strategico di natura volontaria diventi efficace. In questo senso è necessario coinvolgere la pubblica amministrazione a vari livelli nel processo di piano ed anche la stessa PA potrebbe farsi carico della regia dello stesso. Le progettualità emerse in ogni fase del percorso dovrebbero essere ricondotte agli strumenti che possono dare reale attuazione alla nostra visione come gli strumenti urbanistici e territoriali, per i quali il piano di transizione potrebbe diventare l’ossatura per una variante o il documento di orientamento strategico per programmare la priorità degli interventi attuativi. Il nostro “piano B” potrebbe anche essere utilizzato per fare nascere istanze condivise rispetto alla riqualificazione complessiva di quartieri o parti di città in stato di degrado attraverso l’organizzazione di referendum cittadini su temi specifici.

Bisogna inoltre considerare che la decisione finale anche nei processi di partecipazione spetta sempre all’istituzione che ha le specifiche competenze attribuitele per legge. Nel caso dei processi di “democrazia deliberativa”, come quella su cui in particolare si può imperniare il nostro piano, l’esito dell’attività di progettazione collettiva dovrebbe essere condivisa con l’ente di governo del territorio – da qui l’importanza del coinvolgimento dello stesso in tutte le fasi del percorso, o meglio della sua partecipazione attiva (se non addirittura la cogestione dello stesso) – al fine di ridurre le possibili divergenze di visione e per facilitare una concreta azione che ci possa accompagnare nella costruzione di un futuro realmente più sostenibile, in cui il benessere sia fondato sulla qualità del contesto ambientale in cui viviamo (13) e sulla forza propositiva delle relazioni umane.

Note
(1)   Poyourow J., (2011) – Metropoli in Transizione: missione impossibile? http://transitionitalia.wordpress.com/2011/01/20/metropoli-in-transizione-missione-impossibile/
(2)   Jackson T., (2011) – Prosperità senza crescita. Economia per il pianeta reale, Edizioni Ambiente, Milano.
(3)   Krièr L., (2009) – La città tradizionale è l’unica città sostenibile
http://www.sivim.it/notizie/approfondimenti/la_citta_tradizionale_e_l_unica_citta_sostenibile
(4)   AA.VV., (2011) – Biourbanistica. Verso una definizione. In Rassegna di Biourbanistica n. 01/2011, http://www.biourbanism.org/en/wp-content/uploads/2011/03/Rassegna-Biourbanistica-01_20111.pdf
(5)   Hopkins, R., (2009) – Manuale Pratico della Transizione. Dalla Dipendenza dal petrolio alla forza delle comunità locali, Arianna Editrice, Bologna.
(6)   Pallante M., (2008)(a cura di) – Un Programma Politico per la Decrescita, edizioni per la Decrescita Felice, Roma.
(7)   Cremascoli F., (2011) – Tracce progettuali per un nuovo rinascimento urbano.
In Rassegna di Biourbanistica n.00/11,  http://www.slideshare.net/biourbanistica/rassegna-biourbanistica-002011?from=embed
(8)   Holmgren D.,  (2010) – Permacultura. Dallo sfruttamento all’integrazione. Progettare modelli di vita etici, stabili e sostenibili, Arianna Editrice, Bologna.
(9)   Owen H., (2008) – Open Space Technology – Guida all’uso,  Genius Loci editore, Milano.
(10) Mauro R., (2010) – I sistemi di collaborazione in rete. La peer production
http://www.slideshare.net/cdmwave/peer-production-3570996?from=ss_embed
(11) Sclavi, M., (2000) – Arte di Ascoltare e Mondi Possibili, Le Vespe, Milano.
(12) Bifulco R., (2009) – Democrazia deliberativa e Democrazia partecipativa.
http://www.astrid-online.it/Forme-e-st/Studi–ric/Bifulco_democrazia-partecipativa–2-_Firenze_2-3_4_09.doc.pdf
(13) Manzini E., (2011) – Idee di benessere (e idee sul benessere). Immagini del quotidiano nella transizione verso la sostenibilità, s.d. (dal sito delle SdT, www.societadeiterritorialisti.it).

Fonte: decrescitafelice.it

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