Il Colosseo e la leggenda del piccione distruttore

di Astrid D’Eredità

«Quamdiu stabit Colyseus stabit et Roma;
cum cadet Colyseus cadet et Roma;
cum cadet Roma cadet et mundus.
»
Profezia del Venerabile Beda, VII secolo. 


«
Finché esisterà il Colosseo, esisterà anche Roma;
quando cadrà il Colosseo, cadrà anche Roma;
quando cadrà Roma, cadrà anche il mondo.»
-Saluti dai Maya-

Lo ammetto, ero molto concentrata sul pandoro ieri sera.

Così quando ho letto distrattamente i tweet di Pablo Aparicio Resco lì per lì non ho capito.

Dannazione, il Colosseo di Roma è TT perché cade. Spero che non c’entri nulla chi ci ha scavato per un mese… #Nonsonostatoio

Mentre l’Italia satolla affrontava l’annosa scelta catodica della sera di Santo Stefano (meglio La Sirenetta o C’eravamo tanto amati?) in Spagna twittavano di brutto diffondendo la storia dell’ennesimo distacco di un frammento del Colosseo.Continua a leggere…

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Smart Grids e Smart Cities per una gestione più intelligente dell’energia

di Francesco Cherubini

Lo sviluppo delle nuove fonti di energia deve viaggiare di pari passo con quello delle infrastrutture atte a gestirle ed utilizzarle. Le Smart Grids saranno uno dei settori che andrà più di moda nella ricerca applicata alle reti e non solo. Ma di cosa si tratta, perché se ne parla e come si inseriscono nella attuale ricerca della sostenibilità dei settori energetici, produttivi e dell’architettura sociale.

LE RETI DI DISTRIBUZIONE DELL’ENERGIA
Innanzi tutto occorre, anche se potrà sembrare scontato, ricordare che l’energia, dopo essere stata prodotta e prima di essere consumata, va gestita, trasportata e distribuita, il che significa parlare di reti di distribuzione. Le considerazioni sulle reti elettriche si possono ripetere quasi invariate per reti di qualsiasi natura, il che suggerisce che l’argomento va a toccare le caratteristiche “essenziali” legate al concetto di rete.
Dunque una rete trasporta un bene da un punto di approvvigionamento ad uno di consumo, tenendo conto che le due cose non avvengono in contemporanea, e dunque prendendo in esame la possibilità di stoccare, ovvero accumulare provvisoriamente per tempi più o meno prevedibili.Continua a leggere…

Aversa città sostenibile

Molto interessanti le riflessioni del presidente del WWF Campania, che in un’ottica da noi condivisa e supportata, effettua un percorso di immaginazione  della città desiderata proponendo una serie di politiche ed azioni settoriali di pianificazione e gestione urbana sostenibile. Molto corretta la citazione della “decrescita felice” sul tema della riduzione dei rifiuti, argomento che è però applicabile a tutti i fattori di impatto ambientale citati nei successivi punti. Buona lettura.

di Alessandro Gatto

Ad Aversa è possibile pensare ad un nuovo modello di sviluppo, più attento al benessere dei cittadini attraverso la sostenibilità ambientale delle azioni e delle scelte. Lo sviluppo sostenibile ad Aversa deve essere declinato nella visione politica futura della città. Deve essere parte integrante e quindi prerequisito della politica e non più una semplice “ciliegina” da apporre, quando serve, per “rinverdire” una gestione che di sostenibile ha poco o nulla. Le scelte in campo di urbanistica, mobilità, gestione dei rifiuti, energia, e così via devono avere tutte un filo comune che vada nella direzione della bellezza, dell’armonia con l’ambiente e della felicità dei cittadini a partire dai più piccoli e dai più bisognosi. Solo così si può attuare il modello di sviluppo sostenibile. Partendo da una nuova sensibilità nell’operare la gestione della città.Continua a leggere…

La crisi della città secondo Serge Latouche

Qui di seguito viene riproposto un articolo di Latouche, che esprime quanto si può leggere anche in “Tracce progettuali per un nuovo rinascimento urbano” (MDF). Le città dovranno essere oggetto di riqualificazione e rigenerazione in senso decrescista, attivando sin da oggi percorsi di transizione verso modelli urbani più efficienti ed ecocompatibili, costruendo la resilienza locale.. (FC)

Da Carta.org un interessante articolo nel quale il filosofo ed economista esamina la crisi della città e ne argomenta la soluzione: «La crisi è politica e dunque il rimedio deve anche essere politico»

di Serge Latouche

Riassunto. Il disastro urbano che ciascuno può constatare, è il risultato di logiche che sfuggono palesemente agli architetti e agli urbanisti. Tuttavia questi ne sono stati i complici e al medesimo tempo hanno cercato di porrvi rimedio. Ma l’architettura ecoresponsabile [o l’habitat bioclimatico] non è la soluzione, al meglio costituisce un elemento ipotetico della soluzione. Questi tentativi onorevoli degli architetti e degli urbanisti di porre rimedio alla crisi urbana e sociale proponendo schemi ingegnosi sono condannati allo scacco per mancanza di un’analisi globale del fallimento della società della crescita. La crisi è politica e dunque il rimedio deve anche essere politico. È questa la ragione per cui il progetto della decrescita passa necessariamente attraverso una rifondazione del politico e quindi della polis, la città e del suo rapporto con la natura.Continua a leggere…

Basta consumare territorio in questa regione!

di Salviamoilpaesaggio.it

Basta consumare territorio in questa regione”, così recitava, nel discorso di apertura della campagna per le regionali del 2010, Vasco Errani, attuale governatore dell’Emilia-Romagna, strappando applausi a scena aperta. Ed è andato ripetendo la stessa identica cosa in tutti i comizi, in tutte le piazze, salvo poi far sparire dall’agenda politica il problema del consumo del suolo, subito dopo aver vinto le elezioni. Guarda qui http://www.youtube.com/watch?v=RkGO9fOoTPI&feature=youtu.be
Per mandare un promemoria ad Errani, la sua giunta e tutte le amministrazioni comunali di questa regione, qualcuno ha aperto questo sito: https://consumoterritorioemiliaromagna.crowdmap.com/ andateci ed inviate anche a noi di “Salviamo il paesaggio” le segnalazioni di nuovi casi di consumo di suolo in Emilia-Romagna a partire dal 1 dicembre 2011.Continua a leggere…

Corsa alla terra

Domani sera 18 dicembre 2011, su Report si parlerà di consumo di suolo e di agricoltura, da non perdere…

di redazione di Report

La pianura padana, con le sue fertili terre, rappresentava il luogo dove si produceva gran parte del nostro cibo. Ora invece il cibo lo importiamo e le terre agricole le stiamo abbandonando. Ogni giorno che passa in Veneto e in Lombardia perdiamo terreno coltivabile equivalente a 7 volte piazza del Duomo. Per farne cosa? Cementarlo o asfaltarlo. Ormai coltivare non conviene più. E i nostri agricoltori vanno a produrre all’estero, dove costa meno. Ma la concorrenza per accaparrarsi la terra è spietata. Perché? Che c’entra per esempio il fallimento di Lehman Brothers con la sorte di qualche centinaio di contadini di un villaggio sperduto del Mali? O ancora, cosa lega la direttiva europea sui biocarburanti con la morte di tre pastori nel nord del Senegal? In un viaggio che va dagli uffici di Washington della Banca Mondiale fino a una rivolta contadina nel cuore dell’Africa Occidentale, la puntata di domenica 18 dicembre cerca di percorrere i fili intrecciati di finanza, politica e modelli di sviluppo economico che stanno muovendo una corsa globale all’accaparramento di terra. Il termine inglese è land grabbing e i principali “accaparratori” sono europei, cinesi, indiani, americani. Il terreno di conquista più propizio è l’Africa dove governi compiacenti aprono le porte a investitori intenzionati a fare profitto nel più breve tempo possibile. Poco importa se milioni di contadini verranno espropriati delle loro terre come lo furono gli indiani d’America ai tempi del conquista del West. Per la Banca Mondiale, così come per molti investitori, si tratta del prezzo da pagare per ottenere il tanto agognato sviluppo. Ma per altri autorevoli osservatori questo è soltanto il preludio di una nuova strategia di conquista della risorsa più preziosa: l’acqua.

Fonte: www.report.rai.it

Grandi opere: resta la voglia di cemento

Contro le Grandi Opera di piccola o nessuna lungimiranza, ossia come buttare via i soldi pubblici (e indebitarsi), sapendo che l’opera stessa non potrà mai essere ripagata. Come sempre un buon articolo di Ponti che segnalo qui sotto… e come disse/scrisse qualcuno: “La presenza di un monopolio, combinata con l’assenza di una autorità effettivamente capace di controllare l’operatore, porta al peggioramento del servizio e all’aumento dei costi per gli utenti. È quindi essenziale che i loro poteri e responsabilità siano chiaramente definiti e che i cittadini e loro rappresentanti dispongano di mezzi di controllo precisi affinché queste entità seguano efficacemente la loro missione“.

di Marco Ponti
Le grandi opere hanno tempi di realizzazione molto lunghi e vita tecnica lunghissima. Poi, per definizione, costano ciascuna botte di molti miliardi di euro (quando non decine di miliardi, soprattutto a consuntivo …). Lo Stato non ha certo più i soldi per finanziarle “pronta cassa”. Qui interviene allora il soccorso delle grandi banche, che, bontà loro, si precipitano a finanziarle. Ora, le banche sono intermediari, e guadagnano giustamente in percentuale di quanti soldi girano, e per quanto tempo girano. Poi, ancora giustamente, non vogliono correre rischi di perdere i soldi dei loro clienti, grandi e piccoli. Quindi se i ricavi da parte degli utenti sono pochi o rischiosi o nulli, lo Stato deve garantirli. Quale affare migliore, soprattutto quando sono in grandi difficoltà, di operazioni finanziarie di questo tipo? Da qui una pressione politica fortissima e un totale disinteresse sull’utilità, o anche solo la priorità di queste opere: più sono e più costano meglio è. Se si ripagheranno in tutto o in parte, come le autostrade o gli aeroporti, bene, ma se alla fine pagherà tutto lo Stato, come le opere ferroviarie, bene lo stesso. Meglio per l’immagine dell’opera se vi saranno meccanismi di “finanza creativa” che le metteranno formalmente a carico di imprese pubbliche, come Anas o Fs, con operazioni note come project financing, spesso di sola facciata.Continua a leggere…