Come le comunità P2P cambieranno il mondo


Come le comunità P2P cambieranno il mondo – Intervista con Michel Bauwens, fondatore della P2P Foundation

di Simone Cicero

Molti di voi, alle parole peer to peer ricorderanno istantaneamente Napster, eMule e la pletora di soluzioni e tecnologie per il file sharing che, da molti anni e ancora oggi permettono la libera circolazione e lo scambio di files di ogni tipo, con annesse problematiche e polemiche legate alla protezione del copyright.
Nella realtà con il termine p2p si intende da molto tempo ormai quel ventaglio di soluzioni, paradigmi, approcci incentrati sul co-design (progettazione collaborativa) e sulla co-creazione, sull’apertura e sulla Libertà: ovvero ogni approccio decentralizzato, comune, distribuito, partecipato e paritario nel fornire soluzioni libere e aperte a problemi comuni. La tecnologia e le piattaforme tecnologiche dunque (e in particolare il software) sono solo uno dei molteplici aspetti di questo movimento, che in effetti non si pone limiti di sorta: l’obiettivo di lungo termine è sostanzialmetne quello di facilitare l’emergere e il consolidarsi di comunità capaci di giocare un nuovo ruolo, un ruolo produttivo tradizionalmente appannaggio delle aziende secondo il modello capitalistico della produzione industriale dei beni e dei servizi.

Il modello di produzione paritaria (peer production) si pone dunque in antitesi al neoliberismo ma, inevitabilmente, questi processi da una parte trasformeranno e dall’altra si adatteranno alla società attuale alla ricerca di quella sintesi che forse rappresenta l’unica via di uscita ai problemi storici con cui l’umanità si sta confrontando.

Le piattaforme e paradigmi aperti e paritari, in grado di mettere in contatto diretto le persone ci hanno mostrato, in questi ultimi anni, le loro enormi potenzialità: con la missione di aiutare alternative p2p a nascere, emergere e consolidarsi, è nata qualche anno fa la “Foundation for p2p alternatives” fondata da Michel Bauwens, studioso, analista, saggista e persona straordinaria che Meedabyte ha scelto per raccontarvi l’impatto che queste trasformazioni avranno, auspicabilmente, sul mondo che verrà.

[Simone Cicero]: Qual è oggi il ruolo del movimento p2p nel mondo? Qual è il livello di adozione di questo paradigma ad oggi?

[Michel Bauwens]: La mia risposta è che il movimento p2p ha un ruolo storicamente molto importante da giocare, ma anche piuttosto difficile da quantificare. In primo luogo, che cosa intendiamo con “movimento p2p”? L’insieme delle cause di base è legato alla orizzontalizzazione dei rapporti umani che è stata resa possibile grazie alle tecnologie peer to peer, il tutto però va inteso in senso lato, come il consentire la libera aggregazione delle persone intorno a valori condivisi o per creare valore comune. Questo è naturalmente un enorme cambiamento sociologico: si potrebbe quasi dire che un’avanguardia socio-culturale emergente sta attivamente costruendo nuove forme di vita comune, nuove pratiche sociali e nuove istituzioni umane (alcuni delle quali ho cercato di elencare qui). Così in tutto il mondo comunità emergenti stanno sviluppando nuove pratiche sociali che vengono strutturate dall’adozione del paradigma paradigma p2p (ossia della rete paritaria).

D’altra parte questa è anche una rivoluzione etica: vediamo la crescita di valori fondamentali come l’apertura e la libertà per cio che riguarda la condivisione degli “input” del processo di peer-production (produzione tra pari), la partecipazione e l’inclusione come regole base nel processo di cooperazione, e un orientamento comune (e una distribuzione universale) per ciò che invece riguarda l’output del processo. Economicamente per esempio, uno studio recente ha stimato come l’industria dei contenuti aperti (ndr: ad esempio quelli rilasciati ramite CC) negli Stati Uniti stia per raggiungere un sesto del PIL. Infine, ci sono le nuove espressioni politiche. Ritengo che la mobilitazione europea che occupa le piazze in questi giorni non sia altro che espressione della mentalità p2p emergente. Si potrebbe dire che il movimento ha due ali, un’ala costruttiva di persone che danno luogo a nuovi strumenti e nuove pratiche, come ad esempio descritto nel libro Nowtopia di Chris Carlsson, e un’ala più attiva di resistenza al neoliberismo, che cerca a tentoni un nuovo modo di concepire il cambiamento sociale e che non è per nulla una copia della vecchia politica di sinistra. Tuttavia, siamo in una fase ancora embrionale, assolutamente non ancora a un livello di parità con il mondo tradizionale neoliberista.

[SC]: Come la produzione collaborativa (p2p production) è diversa dal consumo collaborativo (collaborative consumption)? Produzione e consumo non dovrebbero in un certo senso coesistere?

[MB]: Questa è una bella domanda. La differenza è legata alla difficoltà di implementare le soluzioni p2p dentro l’attuale sistema dominante. Il consumo collaborativo è invece più facile da implementare e meccanismi di consumo collaborativo possono essere organizzati da aziende che si fanno carico dell’infrastruttura collettiva di prodotto-servizio: si può investire nello sviluppo di un’infrastruttura condivisa o sviluppare una piattaforma per la condivisione di ciò che è già disponibile (quest’ultimo potrebbe essere fatto anche dalle comunità e dalle associazioni non profit, non richiedendo grandi investimenti). La produzione collettiva invece può essere messa in atto nella sfera immateriale della conoscenza, del codice o del design senza troppe difficoltà, ma è molto problematica una volta che si desidera occuparsi di produzione fisica, di beni tangibili, un processo molto costoso. In questa fase, vi è una co-dipendenza tra i produttori (peers) che creano valore, e le imprese for-profit che lo catturano: entrambi hanno bisogno l’uno dell’altro. I peer hanno bisogno di una ecologia di business per assicurare che il loro sistema sia socialmente riproducibile e per garantire la sostenibilità finanziaria dei partecipanti, mentre il capitale ha bisogno di esternalità positive che gli provengono dalla cooperazione sociale che derivano dalla collaborazione p2p. La mia proposta è invece che le comunità dovrebbero creare il proprio ‘mission-oriented’ business, sociale, in modo che il plusvalore rimanga a coloro che effetivamente lo creano, il valore, cioè gli stessi cittadini comuni, ma questo difficilmente accadrà a breve.

Invece quello che vediamo è un adeguamento reciproco tra capitale netarchico da un lato, e le comunità di peer production dall’altro. Quando l’orizzontale incontra il verticale allora si ottengono per lo più adattamenti ibridi, ‘diagonali’. La questione cruciale diventa allora: “come possiamo adattarci?” A volte l’adattamento diventa cooptazione o, peggio, sfruttamento puro. Si potrebbe dunque dire che questa è la lotta di classe del 21° secolo, tra le due classi emergenti che a mio parere, saranno i fattori principali nella transizione verso un nuovo tipo di società. Per i peer producers la domanda diventa, se non riusciamo a creare le nostre proprie istituzioni pienamente autonome, come possiamo adattarci a quelle esistenti mantenendo la massima autonomia e la sostenibilità come bene comune e in quanto comunità?

[SC]: Perchè il p2p non è riuscito a creare alternative di successo in alcune aree? Per esempio nelle reti sociali, cose come diaspora sono state marginale fino ad ora e ci affidiamo a entità commerciali, a volte le imprese, per potenziare la comunità dei pari e fare grandi cose (per esempio si pensi a quello che è successo nel Maghreb e coi movimenti del medio-oriente). C’è un problema in tutto questo? Voglio dire, grossi enti commerciali che ospitano comunità che costruiscono un enorme valore, permettendo loro di realizzare enormi profitti?

[MB]: Nella peer production orientata alla produzione di beni comuni, dove la gente si aggrega intorno ad un oggetto comune che richiede una cooperazione profonda, di solito si hanno le proprie infrastrutture di cooperazione e una certa ecologia di comunità, una’associazione benefica che gestisce le infrastrutture, e una for-profit che opera sul mercato; nell’economia della condivisione, in cui gli individui semplicemente condividono le proprie espressioni, le piattaforme di terze parti sono invece la norma. E’ chiaro che aziende for-profit hanno priorità diverse: vogliono incapsulare il valore in modo che possa essere venduto sul mercato. Questa, di fatto, è la lotta di classe dell’epoca p2p, lotta tra comunità e aziende su diversi temi, in parte a causa della differenza di interessi che esiste tra loro. Quindi, questa tensione è certamente un problema, ma come l’esempio che ho fatto mostra, non è cruciale. Piattaforme anche commercialmente controllate sono state utilizzate per una massiccia orizzontalizzazione e auto-aggregazione di relazioni umane e comunità, compresi gruppi politici o radicali le stanno effettivamente li utilizzano per mobilitarsi. Non solo è importante mettere a fuoco i limiti e le intenzioni dei proprietari della piattaforma, ma utilizzare tutto ciò che è possibile per rafforzare l’autonomia delle comunità di pari che la utilizza. A volte questo richiede un adattamento intelligente a tutto ciò che lo status quo sta già producendo. Domande importanti sono: quali mezzi imperfetti possiamo usare a nostro vantaggio? di cosa hanno realmente bisogno le infrastrutture per essere indipendenti dal controllo? che cosa dobbiamo esigere dai proprietari delle piattaforma che ‘sfruttano’ lavoro gratuito senza dare nulla in cambio? Ad esempio, il Free Culture Forum richiede una quota del 15% delle entrate generate, al fine di sostenere i creative commoners.

Il fatto è che oggi il capitale è ancora in grado di fornire vaste risorse finanziarie e materiali, in modo che si creino – come avviene con Google, YouTube, Facebook, ecc … – piattaforme che possono offrire servizi in modo semplice e rapido, creando effetti a rete che sono molto difficili, anche se teoricamente non impossibili, da emulare tramite iniziative P2P che non possono avere la stessa facilità di accedere a risorse in modo altrettanto rapido ed efficace. Il problema con Diaspora è che, senza effetti di rete quella è solo una piattaforma vuota con un grande potenziale. Se vuoi raggiungere le persone, hai ancora bisogno di essere dove effettivamente loro sono, vale a dire sulle piattaforme mainstream. Ma gli attivisti p2p dovrebbero interessarsi a entrambi i fronti, cioè utilizzare piattaforme mainstream per diffondere le loro idee e la loro cultura raggiungendo un maggior numero di persone, ma anche di sviluppare i proprio ecosistemi di informazione autonomi, che possano operare in modo indipendente: il secondo è un impegno a lungo termine, cioè la costruzione di un modo di vivere realmente alternativo.

[SC]: I beni comuni il vero campo di applicazione del p2p o possiamo pensare al p2p usato anche come un potenziale modello per le applicazioni commerciali, a scopo di profitto?

[MB]: I beni comuni e l’approccio p2p sono in realtà solo aspetti diversi dello stesso fenomeno: il bene comune è l’oggetto che le dinamiche p2p stanno costruendo, e p2p avviene ovunque vi siano beni comuni. Ricorda, io non uso la parola p2p in senso tecnologico, ma in senso sociologico, come un tipo di rapporto: da persona a persona. Così sia il p2p che i beni comuni, in quanto creano abbondante (digitale) o sufficiente (materiale) valore per la gente comune, allo stesso tempo creano opportunità per generare valore aggiunto da parte del mercato. Non vi è alcun dominio che sia escluso dal p2p, e nessun campo in cui si possa dire: “non saremmo più forti aprendoci alle dinamiche partecipative e comunitarie”. E non c’è comunità p2p che si possa dire, all’interno del sistema attuale, a lungo termine completamente sostenibile senza risorse aggiuntive provenienti dal mercato.

[SC]: Può l’adozione di valute p2p come Bitcoin facilitare la fusione di sistemi di creazione del valore p2p con gli aspetti più propriamente commerciali, di vendita?

[MB]: Dobbiamo stare attenti su questo punto: una tendenza è la distribuzione delle infrastrutture e delle pratiche, cioè l’introduzione di aspetti di crowdsourcing, crowdfunding, il prestito sociale o la valute digitale, al fine di ottenere una più ampia partecipazione alle pratiche correnti. Questa è una buona cosa, ma non è sufficiente di per sè. Tutte le cose che ho citato sopra, introducono infatti l’innovazione di una infrastruttura distribuita, partecipativa, ma non cambiano la logica fondamentale di ciò che si sta facendo. Nel caso di bitcoin, per esempio, il progetto è comunque basato sul concetto di moneta scarsa: è soggetta alle stesse forze speculative come quelle a cui sono soggetti i metalli rari e opera all’interno della logica del capitale, e così fanno i siti di prestito sociale, ecc … Ciò di cui abbiamo veramente bisogno è una seconda ondata di infrastrutture distribuite, che devono incorporare anche nuovi valori etici. Bitcoin potrebbe funzionare con il demurrage per esempio, o nel contesto del credito inteso come bene comune. Il prestito sociale, potrebbe essere utilizzato per investimenti in aziende etiche o comunità. Senza di ciò, stiamo parlando semplicemente della “distribuzione del capitalismo”, non di un cambiamento più profondo nella logica della nostra economia.

[SC]: Noi, sempre più spesso, vediamo le soluzioni p2p creare scorciatoie li dove i sistemi commerciali non funzionano, non sono abbastanza efficienti o semplicemente sono costosi (a volte senza ragione): come dovrebbero adattarsi queste aziende al modello della peer production per evitare di essere rese obsolete, superate, dalle alternative basate sul p2p e sulle community?

[MB]: Non importa quanto sei bravo, non importa quanti soldi hai per assumere le persone migliori, non si può competere con il potenziale innovativo delle comunità globali aperte. E’ questo che spinge ogni azienda ad adattarsi in un modo o nell’altro, alla dinamica p2p. Come azienda, ottieni più innovazione, un legame più profondo con le reti, una struttura di costi più bassi, e un maggior vantaggio competitivo. Ma c’è anche un prezzo: il necessario adattamento alle regole e alle norme della nuova cultura di rete e della particolare comunità con cui si sta lavorando. Sta peraltro accadendo anche il contrario: come abbiamo descritto sopra, sempre di più le comunità orientate a valori e beni comuni stanno creando le loro proprie iniziative imprenditoriali. Naturalmente, un certo tipo di aziende, a causa delle posizioni di monopolio che occupano o dei loro sistemi legacy, possono vivere con difficoltà tale fase di adattamento, in tal caso i nuovi soggetti emergenti possono farlo più efficacemente.

[SC]: E’ necessario un “nuovo tipo di azienda” per incorporare il modello della peer production o è necessario un nuovo tipo di “comunità” per incorporare gli aspetti commerciali, di profitto?

[MB]: Assolutamente, la forma societaria non è in grado di affrontare le questioni ecologiche e di sostenibilità, perché quello non è nel suo DNA che invece contiene l’obbligo legale di far arricchire gli azionisti, ridurre i costi di ingresso, e ignorare le esternalità. Per una società a scopo di lucro, ciò che è legale è etico, e una regolamentazione esterna può solo moderare tali comportamenti. Ciò significa che le ‘regolamentazioni’ devono anche essere interne, e per questo, abbiamo bisogno di nuove strutture aziendali, un nuovo tipo di entità di mercato, per cui il profitto sia un mezzo, ma non un fine, dedicato a un “beneficio”, a una “missione”, o al supporto di una particolare comunità e/o bene comune. Mutuando da lasindias.net, io uso il concetto di phyles e la P2P Foundation stessa ha creato una cooperativa globale che mira a rendere il lavoro sulle conoscenze comuni sul P2P sostenibile. Queste nuove entità dovrebbe diventare il nucleo di un nuovo settore privato, che sia strutturalmente e intrinsecamente sostenibile.

[SC]: C’è un legame speciale tra crisi delle risorse, il peak oil e temi della sostenibilità in generale, e il movimento p2p? La sostenibilità è un attributo sostanziale dei sistemi p2p, decentrati, collettivi?

[MB]: Voglio fornire una forte argomentazione rispetto a questo legame. A mio parere le aziende for-profit sono intrinsecamente non sostenibili per il loro DNA, perché dipendono dalla scarsità e l’abbondanza (ndr: tipica dei sistemi p2p) distrugge la scarsità e quindi i mercati. Una una pratica particolarmente perniciosa che si può menzionare è l’obsolescenza pianificata dei prodotti: una comunità di design aperta non ha tali incentivi perversi e intrinsecamente progetta per la sostenibilità, non potrebbe mai partorire tali scelte. Una comunità di open design sarà anche orientata alla progettazione per l’inclusione, per permettere agli altri di aggiungere il loro contributo al progetto e, infine, sarà anche portata a concepire forme più distribuite di produzione, che non richiedano la centralizzazione finanziaria e geografica. Ecars per esempio, produce progetti di conversione per le auto ibride, in modo che qualsiasi meccanico in tutto il mondo possa scaricare il progetto e adattarlo a qualsiasi auto a livello locale. La Common car è progettata modularmente e ha una carrozzeria biodegradabile che può essere cambiata senza bisogno di comprare una macchina nuova. Ciò significa che gli imprenditori che si legano a progetti di open design lavorano con un punto di vista completamente diverso, anche se ancora utilizzano la classica forma aziendale. Impedire la condivisione del design per la sostenibilità attraverso monopoli di proprietà intellettuale è anche essa a mio avviso una pratica non etica e permettere tali brevetti dovrebbe essere una scelta estrema e remota, non una scelta di maggioranza.

[SC]: Com’è la tua sensazione oggi sulla discussione a proposito della “high road” e della “low road”? Qual’è il tuo punto di vista?

[MB]: Lo scenario della “high road” propone un governo illuminato che ‘consente e potenzia’ la produzione sociale e la creazione condivisa di valore permettendo una transizione fluida verso i modelli p2p. Lo scenario della “low road” è quello in cui le riforme strutturali non hanno invece luogo, la situazione globale tende a varie forme di caos, e il p2p diventa una tattica di sopravvivenza e resistenza in un contesto sociale estremamente difficile date le circostanze politiche ed economiche. Il problema oggi è che i movimenti sociali sono troppo deboli per imporre riforme strutturali, anche se questo potrebbe cambiare e sta cambiando proprio mentre ne parliamo, basti pensare alle mobilitazioni nelle piazze europee. C’è da dire che il ciclo economico che secondo il modello classico dell’onda di Kondratieff si è concluso con il crollo del 2008 si è aggravata per colpa della crisi della biosfera e di altre crisi (i cambiamenti climatici, la sesta grande estinzione, il peak oil): il tutto a mio avviso è il segnale della fine accelerata del capitalismo. Mentre io sono fiducioso che il sistema di crescita infinita sa al tramonto, questo non significa naturalmente che quello con cui lo sostituiremo sarà migliore. Fare in modo che l’alternativa sia migliore è in realtà il compito storico del movimento p2p. In altre parole, dipende da noi!

[SC]: Quali sono le prossime applicazioni rivoluzionarie del modello P2P?

[MB]: Io non penso realmente in termini di salto in avanti tecnologico, perché quello essenziale, a livello globale – la rete e l’intelligenza collettiva abilitata dall’interconnessione – è già avvenuta e questo è il grande cambiamento: tutte le altre innovazioni tecnologiche saranno delineate da questa nuova realtà sociale, l’orizzontalizzazione della nostra civiltà. La cosa importante è ora difendere e ampliare la nostra comunicazione e i nostri diritti, contro un tentativo concertato di portare le lancette dell’orologio all’indietro. Anche se fermare tale progresso sembra davvero un gesto impossibile, questo non significa che i tentativi da parte dei governi e delle grandi aziende non possano creare gravi danni e difficoltà a questo nuovo modello di sviluppo. Abbiamo bisogno della tecnologia p2p per consentire la ricerca e l’attuazione di una soluzione globale della crisi sistemica che stiamo affrontando. Fermare tutto questo, in realtà mette in pericolo il futuro della terra e dell’umanità. Viviamo in un sistema bio-patico, che distrugge letteralmente la base della vita umana e naturale: il p2p è necessario per garantire la transizione verso una civiltà biofila, che garantisca la continuità del nostro habitat naturale e di quello che quest’ultimo dona continuamente all’umanità. La tecnologia è solo uno strumento, anche se molto importante, da usare in questa trasformazione, ma dovremmo evitare ogni determinismo tecnologico e utopismo fuorviato dalla prossima grande, magica svolta della tecnologia.

http://meedabyte.wordpress.com/2011/07/26/how-peer-to-peer-communities-will-change-the-world-interview-with-michel-bauwens-p2p-foundation-founder/#more-1066

(Articolo ripreso da www.biourbanistica.com)

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2 pensieri su “Come le comunità P2P cambieranno il mondo

  1. Mi pare di poter affermare che la generazione distribuita e rinnovabile dell’energia rientri in questo paradigma e la piattaforma in grado di implementare questo meccanismo e la smart grid (rete di distribuzione elettrica intelligente, in grado di accumulare e rilasciare energia dal punto di creazione al punto di consumo). Ogni punto della rete può essere contemporaneamente un punto di produzione e un punto di consumo (e autoconsumo) nelle diverse ore della giornata. La generazione di energia per via fotovoltaico e microeolico si adatta perfettamente a questo nuovo paradigma e cioè produco energia per me e l’eccesso lo metto a disposizione degli altri e viceversa.

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