Società dei territorialisti e post crescita


Tra le nuove realtà associative italiane in fase di costituzione vorrei segnalare l’interessante esperienza della “Società dei Territorialisti“, promossa da Alberto Magnaghi, la cui carta fondativa si ispira ai principi della ”post-crescita” e sulla considerazione dei luoghi e dei territori come beni comuni da preservare. Dunque un passo in avanti verso il tanto auspicato cambio di paradigma socio-economico, anche in ambito territoriale. La SdT farà il suo congresso costitutivo giovedì 1 e venerdì 2 Dicembre 2011, presso l’Aula magna dell’Università degli studi di Firenze, Piazza San Marco. I temi trattati saranno quelli che intitolano le commissioni tematiche in fase di definizione, ovvero: 1) Contributi delle diverse discipline socio-territoriali al benessere e alla felicità pubblica; 2) La questione epistemologica e il linguaggio, il rapporto tra le discipline; 3) Il luogo: patrimonio locale territoriale e beni comuni; 4) Federalismo e autogoverno; 5) Paesaggio e nuove alleanze città campagna.
Qui sotto si riportano alcuni passaggi del Manifesto SdT, in cui si esplicita qual’è il contesto socio-culturale che ha dato impulso all’azione dei promotori del nuovo soggetto associativo:

Il contesto in cui nasce l’esigenza di una ricomposizione dei saperi intorno ad un approccio “territorialista”, vale a dire un approccio “umanistico” attento alla cultura dei luoghi, è caratterizzato da una molteplicità di fattori critici fra i quali:

  • si da un crescente distacco, nei processi di globalizzazione, dei fini della crescita economica e della competizione ad essa votata da imperi, stati, imprese, regioni, città, dai fini relativi alla realizzazione del benessere sociale. Questo distacco si è accompagnato al fatto che l’economia che domina il nostro tempo, che ispira la condotta dei governi e delle istituzioni internazionali, che domina nelle banche centrali, nelle Università, nelle riviste specializzate, nella divulgazione giornalistica, ha cessato da tempo di essere una scienza sociale. Nelle sue espressioni dominanti l’economia è diventata “una tecnologia della crescita”. Una pura tecnica dell’andare avanti, dell’incremento senza sosta del PIL. Questo sapere trasformato in tecnica, procede verso il suo fine con sempre meno riguardo per ciò che la crescita economica produce nella condizione umana del lavoro, nelle relazioni sociali e individuali, negli istituti della democrazia, nella cultura, nell’ambiente e nel territorio; lasciando ad altri saperi il compito riparatore post-factum delle distruzioni che compie nel suo procedere;
  • l’economia politica dominante, sia nella versione neoclassica che in quella marxista, è incapace di integrare organicamente le problematiche territoriali. La causa di ciò è l’ignoranza o il rifiuto dell’idea di coevoluzione del processo produttivo e distributivo coll’evoluzione culturale dell’agente umano e con la trasformazione degli ambienti di vita del globo. Separando i tre processi (produzione , cultura e ambiente), per dedicarsi solo al primo, l’economia trascura gli effetti di ritorno, via modificazioni antropologiche e dell’ambiente storico-naturalistico, sullo stesso agire economico. Il risultato è un’analisi economica monca ed artefatta, la quale genera politiche economiche che non rispondono adeguatamente né alle esigenze dell’uomo, né a quelle dell’ambiente naturale. Da ciò la divaricazione crescente fra: 1) l’andamento del PIL pro-capite, il benessere percepito e uno stile di vita che risponda ai reali bisogni umani; 2) le esigenze di una umanità in continua crescita e la risposta dell’ambiente naturale. Il ritorno al territorio come culla e risultato dell’agire umano, esprime e simboleggia la necessità di reintegrare nell’analisi sociale, quindi anche economica, gli effetti delle azioni umane sulla mente umana e sull’ambiente naturale, sempre storicamente e geograficamente determinati;
  • rispetto alla complessità di queste trasformazioni, gli strumenti tradizionali di misurazione della ricchezza, quali il PIL, appaiono profondamente inadeguati; anzi sempre più alla crescita del PIL corrispondono fenomeni di polarizzazione sociale e di crescita di povertà antiche (fame, mortalità infantile, disoccupazione, precarietà) e nuove (abbassamento della qualità ambientale e dell’abitare, disastri ecologici, polverizzazione identitaria, individualismo, consumismo, ecc). In questo percorso la crisi globale investe al contempo le dimensioni economica, ecologica e culturale, minando alla base le teorie economiciste dello sviluppo;
  • si è prodotto, attraverso concentrazioni crescenti di capitale, un allontanamento crescente dei centri di decisione tecnico-economico-finanziari dalla capacità di controllo e governo delle popolazioni locali; questo allontanamento riguarda anche i fattori di riproduzione materiale della vita: l’acqua, il cibo, l’energia, le sementi. Questi fattori si sono trasformati in merci e, parallelamente, hanno trasformato gli abitanti in clienti del “mercato della vita”. Questo allontanamento passa attraverso la tecnoscienza che si è fatta impresa. La scienza viene gradualmente ridotta a macchina produttiva direttamente finalizzata al profitto. Siamo di fronte a un fenomeno assolutamente inedito nella storia delle società umane. Molte corporation transnazionali fondano oggi tanta parte della loro supremazia economica sulle scoperte e i brevetti dei propri, autonomi gabinetti scientifici. La ricerca biotecnologica oggi si presenta generalmente come una impresa. Noi assistiamo a una disseminazione privatistica della tecnoscienza senza precedenti, che pone problemi nuovi al potere pubblico, alle forme del diritto, sfida gli assetti tradizionali della democrazia, allontanando ulteriormente i centri di decisione;
  • è avvenuto un gigantesco processo di rimozione, marginalizzazione, degrado e decontestualizzazione dei luoghi, dei paesaggi, degli ambienti di vita delle popolazioni e delle relazioni conviviali di prossimità mediante la crescita esponenziale di una seconda natura artificiale, di sterminate urbanizzazioni posturbane, e la riduzione del territorio a mero supporto delle attività economiche. La semplificazione del paesaggio delle macchine che ne consegue, prodotto del pensiero economico moderno, è un paesaggio banalizzato, omologato, che crolla. La civilizzazione contemporanea ha prodotto, come effetto sulla struttura territoriale dei suoi paradigmi economicisti dello sviluppo, prevalentemente elementi detrattori di paesaggio e dell’ambiente, distruzione di luoghi, aggressione agli elementi strutturanti l’identità di lunga durata delle regioni. L’uso del territorio contemporaneo risponde dunque ad altre logiche, che sacrificano l’ambiente, i luoghi, le identità paesaggistiche alle urgenze della crescita economica; trattandoli nei fatti come aspetti marginali di uno spazio da occupare in modi indifferenti ai luoghi che lo connotano. Non siamo di fronte a un progetto di territorio come edificazione di luoghi, ma a progetti sul territorio come costruzioni di spazi edificati, distruttori di luoghi. Questa distruzione è resa grave dai suoi caratteri di dominante irreversibilità: il territorio in quanto costrutto storico è una risorsa rara, irripetibile e in parte non rigenerabile Questi e altri fattori richiedono di considerare in modo critico le narrazioni dominanti che presentano il mondo contemporaneo come destinato necessariamente ad essere travolto dai processi di deterritorializzazione e di despazializzazione provocati dalla globalizzazione; di denunciare l’inanità di azioni correttive settoriali e “end of pipe”; di evidenziare infine la necessità di sviluppare scienze territoriali in grado di affrontare localmente in modo integrato la globalità dei processi per riscoprire la ricchezza geo-culturale dei luoghi, fino all’invenzione e alla reinvenzione in atto di una molteplicità di saperi e forme di vita singolare e comune.

[ post ripreso da www.perterra.org ]

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