Expo 2015 non s’ha da fare


L’articolo di Luca Mercalli che proponiamo qui si seguito, apre una riflessione sull’opportunità di fare o no l’Esposizione internazionale del 2015, con una serie di considerazioni condivisibili, tra cui il fatto che i cittadini non sono stati adeguatamente informati sul progetto e non sono stati resi partecipi di un dibattito sui temi della nutrizione  e della qualità della vita che avrebbe potuto portare alla definizione di una visione condivisa del futuro dell’area milanese. Esempi di buone pratiche d’altra parte esistono (es. il Piano Regionale per l’area metropolitana di Chicago in cui è stata attuata una la strategia territoriale integrata per un rapporto virtuoso fra produzione agricola, consumi, salute, qualità della vita…) e talvolta si tratta solo di “ispirarsi” a queste. Per farlo è però necessario avere chiaro che le grandi decisioni territoriali, con ripercussioni sociali ed economiche devono rientrare in una “idea complessiva di città e di territorio” e che devono essere discusse e valutate attraverso forme di democrazia partecipativa, il cui esito – se il progetto viene percepito e/o valutato più dannoso che benefico per la collettività – può anche essere la rinuncia (l’opzione zero).

di Luca Mercalli
Ma questa Expo 2015 a Milano, vale la pena farla? O il grande atto di coraggio della politica milanese sarebbe invece una sincera e motivata rinuncia?

Il tema “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita” vorrebbe toccare tutto ciò che riguarda l’alimentazione, dalla fame che investe ancora una parte rilevante della popolazione mondiale, all’educazione alimentare. Difficilmente un’esposizione può ambire a sfidare la soluzione di problemi così vasti, per i quali esiste già un’apposita organizzazione internazionale con sede a Roma, la Fao.

Rischia piuttosto di trasformarsi in un’ennesima operazione immobiliare, che invece di occuparsi di agricoltura, focalizza gli interessi su edilizia, urbanistica e archistar. Altro cemento, ferro, vetro. Tutte cose che con l’agricoltura non solo hanno poco a che vedere, ma ne rappresentano la negazione. E se c’è un posto sul pianeta dove parlare di questi temi e fuori luogo è proprio Milano, la città che con la sua disordinata urbanizzazione postbellica ha cancellato una delle agricolture più redditizie, equilibrate e ammirate del mondo, elevata a modello da Carlo Cattaneo a metà Ottocento. La città dove al risotto si preferisce ormai il sushi. Pare dunque una costosissima operazione di facciata, con grandi proclami su serre bioclimatiche, agroecosistemi, vie d’acqua, il restauro della Cascina Triulza “esempio dell’architettura rurale lombarda e un modello di produzione agricola”, simulacri fasulli di ciò che nella devastante realtà della perifera post-industriale di Rho non ha più nessun contatto con la realtà.

Ci rassicurano circa “una forte e coerente impostazione ecosostenibile. Gli edifici saranno progettati per essere smontati, riutilizzati o riciclati; sarà perseguita la massima efficienza energetica, dalla riduzione dei rifiuti non riciclabili, all’alta percentuale di raccolta differenziata per il riciclo, alla valorizzazione energetica, dalla riduzione dei consumi, all’utilizzo dell’acqua di falda, all’energia elettrica verde e autoprodotta all’interno del sito”. Costruire per smontare? Non è che tutto ciò sia a costo ambientale zero, l’energia consumata per il cantiere non torna più indietro, i rifiuti prodotti sono pur sempre rifiuti anche se riciclati. L’unico modo di essere sostenibili in questo caso è non cominciare nemmeno! E tutto ciò per cosa? Non certo per informare le persone su questi argomenti.

Oggi il principale veicolo di informazione sulle novità del mondo, è Internet. Un’esposizione dove la gente veniva a toccare con mano il progresso era all’avanguardia cent’anni fa e forse ha avuto ancora senso fino agli anni Settanta, ma ora in un mondo globalizzato e percorso dai dati in tempo reale di Internet, non ha più alcuna ragione d’essere. Le soluzioni progettuali concepite ora saranno già vecchie all’inaugurazione. Dunque l’obiettivo è il business? Da wikipedia si legge che “l’evento porterà a oltre 20 miliardi di euro d’investimento in infrastrutture, nel periodo 2010-2015 verranno creati 70.000 posti di lavoro, nei 6 mesi dell’Expo si stima che arriveranno 29 milioni di turisti, il fatturato del mondo imprenditoriale milanese aumenterà di 44 miliardi di euro, verranno creati 11 km² di spazio verde” Numeri sulla carta, wishful thinking.

Ma chi dice che ci saranno 29 milioni di turisti? A Saragozza 2008 se ne attendevano 10 milioni e furono poco più della metà, provenienti per oltre il 95 per cento dalla Spagna e solo per meno del 5 per cento dall’estero. In Val di Susa gli impianti delle Olimpiadi 2006 sono in perdita, dovevano rappresentare l’occasione di sempre per il rilancio della montagna, ora si prega per un decreto da 40 milioni di euro destinato al salvataggio della pista da bob di Cesana, cattedrale nel bosco lanciata verso il baratro economico. E chi andrà mai a innaffiare orti tra i capannoni di Rho Fiera nel dopo Expo? Dateli subito ora i lotti di terreno, a studenti, lavoratori e pensionati che l’orto ve lo faranno vero e a costo zero, e dimostreranno con i fatti e non sui rendering virtuali come si fa agricoltura urbana sostenibile.

NEL 1959 Luigi Einaudi scriveva in Prediche inutili che “siccome la mente umana, fuor della fisica, della chimica, del calcolo matematico e di simiglianti territori vietati ai dilettanti e ai chiacchieroni, è pigra e nel tempo stesso amantissima delle novità, specie se popolari e seducenti e odia le novità che promettono poco in seguito a lunga fatica, così quel che un tempo era parso nuovo ed era entrato nel bagaglio di una certa corrente ideologica seguita per inerzia a essere magnificato come l’ottimo modernissimo portato del più ardimentoso progresso… ripeterò dunque oggi la critica di alcuni scatoloni vuoti ovverosia parole magiche, che hanno gran voga nel momento presente in Italia [1957] e compiono opera di persuasione a legiferare dannosamente, laddove se al vuoto si sostituissero parole di sostanza, molto bene si potrebbe conseguire sia col non fare – e sarebbe il più delle volte – sia col fare acconciamente, cosa più ardua e perciò da tentare più raramente e con prudenza somma”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 23 giugno 2011
(ripreso da http://www.perterra.org/?p=1835)

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